Foto scelte da dFP:

Roberta Valtorta. Volti della fotografia.

Roberta Valtorta

Volti della fotografia.

Scritti sulla trasformazione di un’arte contemporanea.

Ed. Skira.

Un libro illuminante. Decisamente illuminante.

A volte si riflette sulle capacità delle fotografie di trasmetterci sensazioni ed emozioni, ma difficilmente riusciamo a vedere più in là del singolo scatto.

Questo aspetto è frutto della poca preparazione di noi amatori, nei confronti delle arti visive. Allora, per fortuna, c’è chi lavora da una vita in questo campo e ci riserva delle riflessioni generali che ci fanno soffermare su alcuni aspetti della fotografia, sui suoi cambiamenti.

Roberta Valtorta, storica e critica della fotografia, ci propone in questa raccolta di saggi, una serie di riflessioni sul mutamento di alcuni punti saldi dell’immagine, nel corso dei secoli.

Ogni capitolo una piccola perla, un piccolo spunto ad approfondire argomenti, e mai periodi a sé stanti, sempre in relazione alla società che le ha originate.

Partendo dagli spunti offerti dal difficile rapporto tra fotografia e pittura, segnato dalle necessità di rappresentare la realtà o interpretarla, esprimersi o far riflettere su contesti in cui l’uomo è protagonista o alienato, la Valtorta passa a spiegare come la diffusione di alcune correnti fotografiche siano il frutto di questi “flussi” di autocoscienza dell’arte visiva neonata.

La fotografia è ciò che ci permette di fermare l’interesse di chi osserva, fissando un significato in maniera indelebile nell’inconscio collettivo, ma è anche la stessa arte che permette di costruirlo, un significato, con vere e proprie creazioni in studio.

La fotografia è ciò che riflette inevitabilmente la posizione dell’uomo nella sua vita quotidiana: il paesaggio con le sue trasformazioni, la presenza o l’assenza della figura umana, la fissità o la dinamicità dell’immagine.

Sono tutti temi che la Valtorta tocca con delicatezza, senza appesantire il lettore, lasciando la curiosità di andare a cercare e approfondire ciò che più tocca il proprio interesse.

Al Paesaggio è dedicato un sistema consistente di capitoli. Una serie di progetti fotografici, Europei e Oltreoceano, fu sviluppata per lavorare all’approfondimento di questo tema, nel Novecento.

La storia di un’arte in così stretta relazione con l’uomo non può certo prescindere dall’ambiente.

E non sempre, evidenzia l’autrice, il paesaggio è un paesaggio reale.

“ Un’idea penosa: che al di là di un punto preciso nel tempo la storia non sia più stata reale. Senza rendersene conto, la totalità del genere umano avrebbe d’improvviso abbandonato la realtà- sono parole di Elias Canetti che Jean Baudrillard riprende e utilizza come trampolino per una riflessione sulla ipoetetica sparizione della storia oggi o in un immediato futuro- Secondo questa immagine si può supporre che l’accelerazione della modernità, tenica, evenemenziale, mediatica, l’accelerazione di tutti gli scambi, economici, politici, sessuali, ci abbia portati a una velocità di liberazione tale da permetterci di uscire dalla sfera referenziale del reale e della storia”. [pag 119]

Quindi quell’arte che dovrebbe rapprentare una fonte storica tra le principali, una traccia e un archivio della realtà in cui si vive, può arrivare a essere fonte di una realtà che manca, quindi anche di quella che c’è al suo posto, nell’assenza.

Europa e America vedono il paesaggio, poi, in modi sostanzialmente diversi: ecco perchè l’autrice ci accompagna attraverso alcuni progetti fotografici essenzialmente italiani, come il progetto Atlante, di Luigi Ghirri, ma accenna spesso anche a Basilico, Cresci e Chiaramonte, per arrivare inevitabilmente a toccare il tema dell’archivio Alinari.

“Un concetto unitario di paesaggio diviene per noi irrimediabilmente impossibile. Il paesaggio reale dell’esperienza, quello della memoria e quello creato dalle immagini virtuali si confondono, compressi e sovrapposti dalla velocità che la tecnologia ha impresso alla comunicazione”.

Ecco che, secondo questo concetto, diventa fondamentale il messaggio.

Frammentazione del paesaggio, alienazione della visione unitaria di un contesto ma, in positvo, libertà di espressione e scelta dei codici.

Un libro, dunque, che consiglio a tutti per la presenza di spunti di riflessione non soltanto sulla storia della fotografia, ma anche sulla storia del rapporto tra uomo, contesto e espressione.

Kertèsz: leggere e vedere la realtà

Andrè Kertesz è sicuramente uno dei più importanti autori del panorama fotografico del Novecento.

La sua passione per la fotografia inizia con il reportage, durante la prima guerra Mondiale, quando al fronte con l’esercito ungherese, con il quale era partito volontariamente, documentò la quotidianità della guerra di trincea.

Con la depressione post bellica si trasferì in Francia. Già alcuni artisti del suo paese avevano trovato lì una patria accogliente, come Brassai, che frequentò ben presto e con il quale ebbe notevoli scambi ed esperienze fotografiche.

Kertesz si forma artisticamente nel momento in cui la fotografia conosce il suo momento introspettivo più profondo: il bianco e nero non è solo un sistema per rappresentare la realtà circostante è un modo per riportarne gli schemi più profondi e i legami tra forme e colori che si rincorrono nella quotidianità dello sguardo.

La figura umana è una delle tante che compongono il panorama che si compone davanti agli occhi del fotografo: Kertesz subirà una certa influenza anche da quella corrente del realismo che vede nella ripresa dall’altro una nuova prospettiva, tipicamente urbana, dello sguardo.

L’osservare dalla finestra non è solo un modo per appiattire le prospettive, è un modo per distaccarsi dal vissuto e coglierne, quasi ironicamente, gli aspetti più lineari, più ritmici: quasi un leggere la trama di un immagine.

Dagli spazi rurali, schematicamente disposti a quelli urbani, un ricorrersi di ruote, spirali, linee verticali e spazi definiti.

Se per leggere la fotografia di un autore abbiamo bisogno di conoscere il contesto in cui esso artisticamente traeva ispirazione, non possiamo dimenticare la circolazione artistica vicino al surrealismo della Parigi alla quale Andrè Kertesz approdò in quegli anni.

Qui sicuramente incontrò moltissimi artisti, come Nadar, Berenice Abbot, Man Ray e all’arte contemporanea.

Mi volevo fermare un po’ su questo aspetto.

Kertesz è famoso per la foto della pipa e degli occhiali, che riassume un po’ gli esordi dell’arte moderna.

Ma c’è una splendida compenetrazione di stili in CHEZ MONDRIAN.

Kertesz non solo conobbe Mondirian, per qualche periodo fu ospitato a casa sua: nacque così questo scatto che voglio proporvi oggi, accostandolo a una delle lineari composizioni del pittore.

Mi piace e mi è sempre piaciuta la semplicità incredibilmente schematica di questa foto: ritorna una LETTURA della realtà nelle sue trame più sostanziali: quelle delle forme. L’eleganza dei contorni ripresi dai sapienti bianchi e neri.

Eppure si tratta di scatti domestici. L’eleganza di questa visione la dice lunga sulla differenza, per i grandi artisti, tra vedere e guardare.