Foto scelte da dFP:

Guardare e Vedere

Voglio riproporre qui una riflessione scritta qualche tempo fa, in vista di prossimi aggiornamenti e ulteriori suggerimenti

Fare fotografia significa cogliere un istante e fermarlo “per sempre”.
Come e quale istante cogliere è il compito del fotografo, un compito spesso difficile che necessita di capacità tecniche (saper usare una fotocamera) e soprattutto “avere occhio”.
Non basta limitarsi a guardare in giro, occorre sapere come guardare, cosa guardare: occorre imparare a vedere (e come in tutte le cose, un pizzico di fortuna).

guardare
Volgere lo sguardo su qualcuno o qualcosa con l’intenzione di vedere

Il primo passo per poter vedere il mondo con occhi diversi, consiste nel riuscire a liberare la mente dai pensieri e vicissitudini che circondano il nostro quotidiano.
Pensare al lavoro, ai figli, alla casa, non aiuta a concentrarsi su ciò che si sta guardando per andare oltre, per permetterci di vedere.
Occorre quindi imparare a concentrarsi, a rilassarsi e lasciarsi andare alle emozioni, a vivere come bambini, che se vedono il nonno librarsi nell’aria gridano meravigliati: “il nonno volaaa!!!” e non corrono a chiamare il CICAP o un’esorcista.

Il mondo in cui viviamo certo non aiuta la concentrazione, siamo costantemente circondati da messaggi pubblicitari, frenesia, televisioni accese, telefonini super tecnologici, rumori, stereo ad alto volume, auto e moto che sfrecciano a velocità folli; tutti intenti ad arrivare “prima”.
Gli uomini in questo sono leggermente avvantaggiati: hanno la vista a tunnel (a quanti è capitato di guardare in frigorifero alla ricerca disperata dello yogurt senza vederlo?) e l’incapacità di fare più cose contemporaneamente (a quanti è capitato di abbassare lo stereo in macchina quando si sta cercando una via o un numero civico?).
La vista a tunnel permette di concentrarci su singoli soggetti senza esser influenzati dalle distrazioni (e facilita la concentrazione alla guida). Il fatto di non sapere fare più cose contemporaneamente (salvo certo casi rari ma presenti) ci permette o di passare ore a rimuginare o di dedicarci interamente a ciò che stiamo facendo senza accorgerci che il bagno si sta allagando.
La vista femminile invece è più grandangolare, frutto di esperienza secolare nel badare alla casa e seguire i figli contemporaneamente. Permette di scorgere particolari che noi uomini spesso trascuriamo (come trovare lo yogurt nel frigorifero prima ancora che lo sportello sia completamente aperto e a beccarci al volo quando guardiamo le curve della bionda che incrociamo quando siamo in loro compagnia)
Un altro fattore che non ci aiuta a vedere, sono le etichette. Etichettiamo il mondo intero. Se pensiamo al celeberrimo gioco del Lego, tutti immediatamente pensano ai mattoncini colorati. Ma quanti sanno esattamente come sono fatti, oppure associano al Lego una costruzione anziché il singolo mattoncino? Noi cataloghiamo qualunque cosa, per sopravvivere dobbiamo dare un nome ad ogni singolo oggetto che ci circonda.
Se pensiamo ad un foglio A4, tutti lo immaginiamo bianco e vuoto. Si ma quale bianco? e perché proprio vuoto? In quanti hanno pensato ad una lettera ricevuta o ad un foglio pasticciato dal figlio?
Per vedere, occorre conoscere una cosa, dimenticarsene e riscoprirla. Averla tra le mani, osservarla da altre angolazioni, altra luce, avvicinarla tanto da sfuocarla od osservarla con gli occhi socchiusi, ci aiuta a vederla davvero e ogni volta cercando qualcosa che sia differente dalla nostra immagine mentale che abbiamo di quell’oggetto, salvato nel nostro cervello tramite un’etichetta: il nome.
A tal proposito Monet, il celebre pittore impressionista disse:
per imparare a vedere, dobbiamo dimenticarci il nome delle cose che stiamo guardando
Ci sono momenti in cui siamo in grado di vedere automaticamente: a quanti è capitato di restare assenti da casa per un lungo periodo, e quando si torna, per qualche istante, osserviamo la nostra abitazione con occhi diversi, come se fosse sconosciuta. Abbiamo perso la familiarità che avevamo con essa e siamo tornati ad osservarne i particolari, a vedere gli oggetti, i soprammobili che magari sono in quella posizione da mesi, anni, e che non avevamo “mai visto”.
Viaggiare, visitare posti nuovi ci aiuta a scoprire cose nuove; spesso portiamo a casa le foto migliori proprio quando siamo lontani dal nostro quotidiano.
Ci siamo mai domandati il perché?
L’abilità di vedere, non deve aumentare con la distanza da casa nostra: se non riusciamo a vedere seriamente da casa, come pensiamo di poterlo fare in maniera approfondita quando ne siamo lontani?

La fotocamra, il mezzo che usiamo per fermare l’istante, non ci aiuta nel vedere: è oggettiva, non soggettiva. Se noi notiamo un particolare, la fotocamera lo registrerà nel suo insieme che potrà apparire scialbo e senza significato.
Il primo passo in questo caso è la padronanza del mezzo: occorre sapere usare la propria fotocamera e per saperla usare intendo sapere come fare per ottenere quello che stiamo osservando come lo stiamo vedendo noi.

…continua

Kertèsz: leggere e vedere la realtà

Andrè Kertesz è sicuramente uno dei più importanti autori del panorama fotografico del Novecento.

La sua passione per la fotografia inizia con il reportage, durante la prima guerra Mondiale, quando al fronte con l’esercito ungherese, con il quale era partito volontariamente, documentò la quotidianità della guerra di trincea.

Con la depressione post bellica si trasferì in Francia. Già alcuni artisti del suo paese avevano trovato lì una patria accogliente, come Brassai, che frequentò ben presto e con il quale ebbe notevoli scambi ed esperienze fotografiche.

Kertesz si forma artisticamente nel momento in cui la fotografia conosce il suo momento introspettivo più profondo: il bianco e nero non è solo un sistema per rappresentare la realtà circostante è un modo per riportarne gli schemi più profondi e i legami tra forme e colori che si rincorrono nella quotidianità dello sguardo.

La figura umana è una delle tante che compongono il panorama che si compone davanti agli occhi del fotografo: Kertesz subirà una certa influenza anche da quella corrente del realismo che vede nella ripresa dall’altro una nuova prospettiva, tipicamente urbana, dello sguardo.

L’osservare dalla finestra non è solo un modo per appiattire le prospettive, è un modo per distaccarsi dal vissuto e coglierne, quasi ironicamente, gli aspetti più lineari, più ritmici: quasi un leggere la trama di un immagine.

Dagli spazi rurali, schematicamente disposti a quelli urbani, un ricorrersi di ruote, spirali, linee verticali e spazi definiti.

Se per leggere la fotografia di un autore abbiamo bisogno di conoscere il contesto in cui esso artisticamente traeva ispirazione, non possiamo dimenticare la circolazione artistica vicino al surrealismo della Parigi alla quale Andrè Kertesz approdò in quegli anni.

Qui sicuramente incontrò moltissimi artisti, come Nadar, Berenice Abbot, Man Ray e all’arte contemporanea.

Mi volevo fermare un po’ su questo aspetto.

Kertesz è famoso per la foto della pipa e degli occhiali, che riassume un po’ gli esordi dell’arte moderna.

Ma c’è una splendida compenetrazione di stili in CHEZ MONDRIAN.

Kertesz non solo conobbe Mondirian, per qualche periodo fu ospitato a casa sua: nacque così questo scatto che voglio proporvi oggi, accostandolo a una delle lineari composizioni del pittore.

Mi piace e mi è sempre piaciuta la semplicità incredibilmente schematica di questa foto: ritorna una LETTURA della realtà nelle sue trame più sostanziali: quelle delle forme. L’eleganza dei contorni ripresi dai sapienti bianchi e neri.

Eppure si tratta di scatti domestici. L’eleganza di questa visione la dice lunga sulla differenza, per i grandi artisti, tra vedere e guardare.

La Lettura: “Un po’ Bianco e un po’ Nero”

Foto di Cristina Visentin

Foto di Cristina Visentin

Questa fotografia di Cristina Visentin mi ha colpito fin da subito.

Cristina l’ha scattata sul Garda ma potrebbe essere un posto qualunque, non vi sono infatti elementi che caratterizzano il  luogo, non è stata scattata per mostrare il panorama o uno scorcio cittadino.
E’ una foto che trasmette emozioni, sensazioni e ci trasporta in  due mondi, due realtà, la prima è dal punto di vista dell’uomo: osserva un panorama grigio, uniforme, attratto dalle evoluzioni degli uccelli.
Si sofferma parecchio, lo possiamo dire grazie al tempo  relativamente lungo che ha permesso di fermare la persona ma non le ali dei gabbiani. Non si tratta quindi di una foto “al volo” dove il tempo viene immobilizzato da un veloce otturatore, ma di un sapiente studio su cosa si vuole trasmettere con la propria fotografia.
L’uomo ha quindi tempo da dedicare all’osservazione, si ferma mentre il tempo attorno a lui continua a scorrere (le ali dei gabbiani mosse) e sempre grazie al mosso degli uccelli e naturalmente alla posizione dell’uomo, non si tratta di un breve sguardo verso l’acqua, ma lui e il suo mondo si fermano a guardare.
Il secondo punto di vista è quello del fotografo: mettendoci nei suoi panni, ovvero da chi vive la scena dall’esterno, abbiamo di fronte un uomo, fermo, assorto nei suoi pensieri, vestito in modo classico che, grazie anche al bianco e nero, ci riporta indietro nel tempo di 50 anni. La scelta del bianco e nero in questo caso è stata una scelta più che giusta infatti oltre ad “invecchiare” lo scatto, crea un contrasto netto con il paesaggio e l’uomo che l’osserva, aiutando a separare queste due realtà e i relativi punti di vista e lettura.
Osserviamo un uomo con le mani dietro la schiena, in una posizione quasi di rassegnazione. Possiamo naturalmente solo immaginare i suoi pensieri, e mi piace credere che il volo dei gabbiani non sia il suo pensiero principale ma che vi sia altro nella sua testa; immagino solitudine, silenzio o semplice ammirazione.
La foto si conclude con l’ombra dell’uomo che esce dalla composizione sulla destra, quasi a indicare che per lui c’è ancora strada da percorrere.
Curioso infine come il cielo e la terra siano uniti dalla figura di quest’uomo scuro solo con i suoi pensieri.
Un interessante approfondimento: proviamo ad osservare
questo olio su tela di David Friedrich intitolato
“il viandante nel mare di nebbia” (olio su tela – 1818)
e questa fotografia scattata da Gianni Berengo Gardin a Venezia nel 1959
che somiglianze troviamo?
Un interessante approfondimento: proviamo ad osservare questo olio su tela di David Friedrich intitolato
“Viandante sul mare di nebbia” (olio su tela – 1818):
Viandante sul mare di nebbia

Viandante sul mare di nebbia

e questa fotografia scattata da Gianni Berengo Gardin a Venezia nel 1959
Gianni Berengo Gardin - Venezia 1959

Gianni Berengo Gardin - Venezia 1959

che somiglianze troviamo?