Foto scelte da dFP:

Il Cianotipo. Una tecnica antica, un linguaggio moderno.

Reduce da una delle tante bellissime esperienze proposte dal mio gruppo fotografico sto riflettendo a ruota libera sulle tante strade che la passione per l’immagine apre, soprattutto oggi che siamo ricchi tanto dei metodi più tecnologici, quanto di quelli ereditati dal passato.

Perchè, effettivamente, che senso ha proporre oggi, nel 2010, dove tutti i nostri mezzi hanno almeno un’uscita usb, una riflessione su tecniche antiche di stampa fotografica?

Perchè armarsi di pennelli, bacinelle, ampolline e andare a rovistare in soffitta in cerca di una lampada uva usata per veloci abbronzature in tempi di nebbia se possiamo semplicemente ottenere uno splendido blu di prussia dalle palette di cs4?

Credo che la risposta sia piuttosto scontata. Credo che sia talmente scontata da fare quasi rabbrividire per la sua banalità: un misto di necessità di esprimersi e di appagamento personale.

Ma la cosa buffa è che in qualunque modo le due cose si miscelino, il percorso rimane lo stesso.

Anche un bambino, lo dico per esperienza, prova un senso di compiacimento quando un lavoro, seguito dall’inizio alla fine, gli nasce tra le mani.

Se poi nella scelta dei vari passaggi (e del moltiplicarsi delle variabili che ci vedono protagonisti indiscussi) si include la necessità di esprimersi in qualche modo interviene la possibilità di conoscere il maggior numero di linguaggi, la strada diventa ancora più ricca.

Strana pulsione quella di chi si accinge a creare qualcosa di suo, in questo caso nell’ambito delle arti visive, facendolo nel modo più originale possibile.

L’originalità, la peculiarità di quel messaggio, sarà ciò che più denoterà quell’autore: il suo messaggi sarà tanto più forte quanto unica e irripetibile sarà la sua creazione.

“L’arte non è una copia del mondo reale. Di queste dannate cose basta che ci sia un solo esemplare!”

[cit N.Goodman, I linguaggi dell'arte, ed. saggiatore, p.111]

Il cianotipo è dunque una delle tante strade che oggi, nell’era del digitale, arricchisce il nostro linguaggio artistico, perchè non sfruttarla?

Il bello di questa tecnica è che non servono grandi materiali, né grandi pretese creative, per comprenderne i meccanismi principali: il risultato permette di apprezzare ancora di più il connubio che si crea tra chimica e ricerca personale.

Il cianotipo fu una scoperta di Herschel, a pochi anni dalle prime immagini fotografiche realizzate da Fox Talbot e Daguerre che fecero il giro del mondo, e si basava sullo stesso principio. La differenza fondamentale era il tipo di elemento che veniva utilizzato per rendere fotosensibile il supporto scelto: invece del nitrato d’argento del Dagherrotipo, il cianotipo si affida alla miscela di ferrocianuro di potassio e di citrato ferrico.

Le stampe ottenute hanno un colore blu intenso e danno un senso di profondità notevole.

Oggi, realizzare un cianotipo sembra relativamente facile, tuttavia ciò che lo renderà unico (e irripetibile)sono la sperimentazione e la partecipazione in ogni singola fase di produzione.

Prima di tutto lo scatto, la scelta di un soggetto in vista di questo procedimento piuttosto che un altro.

La stampa avviene fondamentalmente per contatto, quindi è necessario produrre un negativo sufficientemente grande.

Oggi, grazie ai fogli lucidi sui quali le stampanti laser possono agire liberamente, è facile ricavare un negativo da qualcuno dei nostri jpeg.

Mi domando invece quanto complesso fosse negli anni 40 dell’ottocento, questo primo momento del procedimento.

Ogni fase non poteva essere lasciata al caso, o decisa con superficialità: la pena era lo spreco di materiali, fatica, tempo e soldi, notevole. Una foto probabilmente doveva nascere nella testa del fotografo in maniera decisamente chiara.

Ottenuto il negativo inizia il procedimento che sarà probabilmente quello a più alte variabili incisive sul risultato finale: la preparazione dell’emulsione.

La nostra guida esperta in questo campo, ossia il professionista Davide Rossi (www.atelierdellafotografia.it), ha portato con sé due misteriose bustine, una serie di bacinelle, ampolline ottenute dallo sciroppo per la tosse e la faccia di chi sa cosa proveremo noi poveri fotografi digitali da un momento all’altro.

Nelle due bustine polveri di colore indefinito: le luci in sala sono abbassate, ma trattasi di citrato di ferro ammonio e ferrocianuro di potassio. Miscelandole con due siringhe e acqua distillata, in parti uguali, si ottiene un liquido tra il giallo e il verdognolo.

A questo punto,  ognuno può scegliere il supporto che preferisce: stoffa, carta, cartone, legno. Purchè sia un materiale poroso abbastanza da raccogliere l’emulsione.

Con un pennello, un tampone, un rullo si può stendere il liquido in base all’effetto voluto:ora il supporto è fotosensibile.

In base alla miscela creata e alla quantità, alla pennellata che daremo, all’espozione a cui lo “cuoceremo” il nostro lavoro cambierà.

Ci siamo: comincio a comprendere perchè si parla di “unicià” dell’opera.

Non che i nostri lavori siano opere d’arte in senso stretto, ma relativamente al loro aspetto di irripetibilità sì, lo sono. Un tempo si poneva il negativo sopra il supporto emulsionato e si lasciava al sole. Oggi, grazie all’estetica moderna, esistono le lampade abbronzanti che ci sparano con favore i raggi uv-a accelerando il nostro lavoro.

Anche qui altre variabili: più il negativo aderisce al supporto, migliore sarà la definizione; dobbiamo quindi assicurarci che il supporto sia asciutto e che il nostro negativo vi si appoggi perfettamente in tutti i punti.

Avevo già visto la stampa a contatto in camera oscura ma sono rimasta piuttosto basita nel vedere la definizione del dettaglio in questo procedimento. Eppure si tratta di cartoncino, pennelli da pittore, niente di serio.

Dopo una decina di minuti di abbronzatura il lavoro sembrava cotto a puntino. Staccando il negativo dal foglio si coglieva già il lavoro finito. I sali si erano ossidati creando un’immagine di sfumature strane, tra il blu, l’azzurro e il retrogusto bruciaticcio.

Allora perchè lavare?

Il bagnetto della nuova creazione, in semplice acqua, permette di lavare via i sali non esposti: lasciandolo alla luce il nostro lavoro non subirà ulteriori modifiche nel tempo; un fissaggio.

Un tocco di maggiore reiterazione al colore è dato da un bagno con acqua ossigenata che permetterà ai sali di ossidarsi più velocemente, contribuendo a evidenziare la profondità del blu.

Ecco un’immagine di Ildo Mauro Biolcati.

Il cianotipo ottenuto è qualcosa di particolare: ha uno spessore, è palpabile e nello stesso tempo ha un dettaglio così esatto e curato che lascia a bocca aperta.

Certo nel 2010 può sembrare anacronistico e del tutto assurdo cimentarsi in tecniche di stampa di questo tipo. Per un amatore poi tutto potrebbe sembrare una perdita enorme di tempo.

Se vogliamo realizzare le fotografie delle vacanze o divertirci a giocare con la nostra reflex digitale, non ha molto senso, è vero.

Ma se ci interessa anche solo un po’ vedere come nasceva un’immagine in un dato periodo, se ci interessa anche solo minimamente conoscere qualcosa di nuovo, per vedere se riesce a darci quel qualcosa che ci permetterà di esprimersi meglio… allora vale veramente la pena di sapere e magari sperimentare anche questo linguaggio.