Foto scelte da dFP:

Intervista in bianco e nero.

La necessità del Bianco e Nero

Intervista di Davide Rossi al fotografo Giancarlo Avanzo.

Foto Giancarlo Avanzo

Una delle serate del corso di fotografia creativa/tecniche di stampa antica . Dopo averci illustrato il procedimento che porta allo sviluppo dei rullini, alla stampa con provinatura e mascheratura, tutto condito da atmosfere da camera oscura e profumi di acidi di sviluppo e fissaggio, al nostro gruppo fotografico ci siamo chiesti: perché?

Perché, dato che il digitale e la postproduzione permettono di esprimersi in maniera molto completa stando comodamente seduti al pc o davanti a una reflex dove l’immagine da cestinare o quella buona appare immediatamete, sentiamo la necessità di “tecniche di stampa antiche”, e di capire la differenza tra un bianco e nero digitale e uno ottenuto in camera oscura?

“Il procedimento digitale e la camera oscura non ottengono lo stesso risultato poiché utilizzano linguaggi, e materiali, diversi e finalizzati a esaltare caratteristiche diverse della nostra immagine” spiega semplicemente Davide Rossi (www. Atelierdellafotografia.it) che ci ha traghettati come un vero caronte nel turbinio di stimoli fotografici e artistici di questo corso.

Abbiamo la fortuna di avere tra i nostri soci più affezionati Giancarlo Avanzo, vero cultore dello sviluppo in bianco e nero e riconosciuto artista polesano.

Giancarlo Avanzo si occupa di fotografìa da oltre venticinque anni.

Vive ad Adria (RO), nel cuore del Basso Polesine, a contatto con la Gente semplice del Delta.

Il paesaggio palesano è il suo tema preferito, con i suoi personaggi che si muovono lungo argini e strade, pronti a sparire, a non lasciare traccia, nel rispetto del grande fiume e del suo territorio.

Avanzo fotografa prevalentemente in b.e n. elaborando poi pazientemente e con abilità le immagini in camera oscura.

Ha ottenuto riconoscimenti in concorsi internazionali con patrocinio FLAP a Kerkrade (Olanda), Viareggio e Firenze (Italia), Macon e Reims (Francia), Algarve (Portogallo), Rovigno, Belgrado Hoba e Belgrado Sumice (ex Jugoslavia).

In Italia è stato premiato in concorsi a carattere nazionale con patrocinio FIAF a Cassano D’Adda, Firenze, Viareggio, Monzambano, Rieti, Rovigo, Arezzo, Osimo, Bologna. Moltissimi i premi ottenuti in altri concorsi nazionali e regionali.

Sue opere sono state pubblicate in riviste specializzate come l’Annuario FIAF (1989,’91,’94,’95,’96,’97,’98) e il Fotoamatore; il Photo Annual Kodak Canon (’95), il Manuale di Fotografia II Fotografo.

La copertina discografica di una incisione del Coro Soldanella di Adria porta sue immagini, come pure alcune guide turistico-commerciali.

Per questa sua intensa e valida attività la F.I.A.F (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) gli ha riconosciuto, anno 2000, il titolo di A.F.I. (Artista Fotografo Italiano).

Avanzo fotografa per passione, attratto dai corsi d’acqua e dai tramonti della sua terra, pronto a rendere nuovo ciò che nel tempo è immutabile.

Con un velo di tristezza,forse; ma con tanto amore.

Gianfranco Cordella (fiaf)

Davide, che fa del suo meglio per convincerci quanto sia importante il procedimento creativo che porta a stampare in casa i propri rullini, spiega come sia delicato l’equilibrio tra le variabili che si incontrano in questo procedimento: la scelta della carta, la cui emulsione di cloruro d’argento e gelatina può incidere sull’efficacia dei contrasti, quindi sul risultato finale, è una delle tante; la temperatura dei bagni, la fruibilità dei prodotti…sono tutti agenti che vanno considerati come importanti.

Davide: Quali sono i suoi soggetti preferiti e il modo in cui generalmente lavora?

Giancarlo: Preferisco i paesaggi del Delta, che si prestano per la loro semplictà e ritmicità ai bianchi e neri. Da trent’anni lavoro fondamentalmente con due ottiche: il 2 e il 135. La scelta dell’obiettivo corto, a mio parere, annulla le distanze date dallo zoom, fin troppo usato oggi giorno.

La scelta del “momento decisivo in cui scattare è prima di tutto mentale e tiene conto anche di fattori ambientali, come la presenza di nuvole.

Davide: Al momento dello scatto, cosa succede nella mente del fotografo analogico?

Giancarlo: La fotografia si forma nella testa dell’autore, tuttavia la scelta dello scatto è dettata soprattutto da una conoscenza approfondita del percorso che porterà al suo definitivo estrinsecarsi.

Davide: La foto nasce o viene interpretata in BN?

Giancarlo: La foto prende forma in bianco e nero nella nostra testa, dall’osservazione della realtà. La scelta dell’esposizione deriva dall’esperienza, se si impara ad osservare le condizioni di luce, pensado sempre al percorso che la foto farà in camera oscura, l’esposimetro arriva a diventare inutile.

La parte più soddisfacente del lavoro resta comunque lo scatto: è come un cacciatore che ha preso una lepre! In quel momento il fotografo ha già presente il risultato e le lavorazioni che vi applicherà in camera oscura.

La parte più pesante rimane la preparazione della camera oscura. Se non si ha uno spazio da lasciare predisposto diviene problematico, ma non impossibile, predisporre tutto.

Davide: Qualche consiglio veloce che darebbe a chi intende avvicinarsi alla camera oscura?

Giancarlo: 1) Pazienza. 2) Nessuna alta aspettativa. I primi risultati saranno comunque mediocri, grazie all’esperienza però miglioreranno. 3) controllo delle variabili come temperature, diaframma ecc.

Non demoralizzarsi nella pratica iniziale permette di identificare dettagli costanti sui quali fare affidamento: la carta, la soluzione di sviluppo, ecc

Riflettendo sulle parole di questi due grandi esperti di camera oscura e tecniche di sviluppo e stampa, mi chiedo se non sia anacronistico, nell’epoca del digitale, fermarsi a considerare questo procedimento un metodo espressivo. Sicuramente per molti lo è.

Per alcuni altri, tuttavia, il messaggio e il linguaggio con il quale lo si esprime sono indissolubilmente legati e la tecnica non rappresenta più una scelta di stile, ma semplicemente l’unico modo per esprimere se stessi.

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Trasportare l’attrezzatura

Arriva l’estate, arrivano le giornate dedicate alla fotografia e ai viaggi per le meritate ferie o vacanze.
Uno degli interrogativi maggiori è quello del trasporto dell’attrezzatura. Se facciamo parte di quei fotoamatori “evoluti” o professionisti, è facile che il nostro armadio sia colmo di filtri, lenti, ottiche, batterie, un paio di corpi macchina magari, prolunghe, flash e materiale vario.
Se invece facciamo parte di quelle persone che si stanno avvicinando al mondo della fotografia, avremo un corpo macchina e magari uno solo o due obiettivi. La domanda però è sempre la stessa… come trasportare in sicurezza il nostro materiale?
In vendita ci sono svariate soluzioni e un numero non ben precisato di marche alcune delle quali molto famose (e costose). Dalla mia esperienza e vi assicuro che di borse ne ho provate davvero tante, perché per me le borse, zaini o monospalla sono come le scarpe per le donne.. non sono mai abbastanza :D le borse e le marche bene o male si equivalgono. Alcune, a parità di dimensioni e capacità costano nettamente di più. La domanda è la solita: ne vale la pena? Non parlo naturalmente di borse specifiche dedicate alle condizioni climatiche estreme, quelle le lascio a chi davvero ne ha bisogno e a chi pensa siano indispensabili (le stesse persone che cercano i corpi tropicalizzati perché temono due gocce di pioggia). Cominciamo con il distinguere le tipologie:

Zaini

Gli zaini sono senz’altro i più comodi per chi deve muoversi molto a piedi. Il consiglio per chi deve acquistarne uno è quello di prenderlo sempre più grande di quanto sia realmente necessario: lo spazio “vuoto” tornerà comodissimo per un paio di panini, una bottiglia d’acqua, una giacca antivento e qualunque altro oggetto o materiale si voglia trasportare. Gli zaini hanno lo svantaggio di doverli sfilare per mettere via qualcosa o per cambiare ottica. Affiancare un marsupio capiente o una sacca da cintura ci consente di cambiare ottica senza dover toglierci lo zaino (o chiedere a qualcuno di farlo). Gli spallacci devono essere spessi e molto imbottiti. In molti casi gli zaini sono tanto capienti da contenere senza problemi anche 10kg di attrezzatura, ma se hanno spallacci sottili e poco imbottiti, ci “taglieranno” le spalle ben presto. La cintura in vita va sempre allacciata: allevia il peso delle spalle caricandolo sul bacino e mantiene lo zaino ben saldo alla schiena senza dondolii fastidiosi.
Il laccetto per il petto, torna comodo per fissare la fotocamera che abbiamo al collo: quando giro con lo zaino e un’ottica lunga collegata alla reflex, l’ottica la fisso con dei lacci elastici ad una spalla o alla cinghia per il petto. Si evitano i continui e a lungo andare fastidiosi dondolii del corpo macchina e ci consente di tenere le mani libere.
Lo zaino non deve esser necessariamente fotografico: un normalissimo zaino da trekking va benissimo: le ottiche potremo tenerle dentro custodie appositamente realizzate (magari usando quella gomma dei tappetini da palestra) o le custodie originali (ad esempio quelle vendute insieme agli obiettivi Sigma). Per accessori vari, si possono usare le tasche laterali o inserire il tutto in una busta a tenuta stagna per ulteriore sicurezza. Avremo la comodità di un vero zaino con schienale areato, spallacci nati per l’uso intensivo una completa “trasparenza” (non sembra uno zaino fotografico) e un costo decisamente inferiore rispetto agli zaini fotografici.

Borse corredo

Sono le classiche borse da spalla “vecchio stile” . Hanno l’innegabile vantaggio dell’immediatezza: in qualunque momento e in autonomia potremo cambiare ottica, prendere o mettere via accessori. Il lato negativo è che il peso è tutto concentrato su una spalla, sopportabile per carichi leggeri o brevi passeggiate, ma che diventa insopportabile al crescere del peso della borsa e della durata dell’uscita fotografica.
A me queste borse piacciono moltissimo proprio per la loro praticità e immediatezza, e una borsa di medie dimensioni come quella che uso io, ovvero capace di trasportare un corpo macchina e due o tre ottiche è più che sufficiente per passeggiate giornaliere o semplici uscite. Contando poi che il corpo macchina lo tengo al collo, alla fine la borsa contiene giusto un paio di ottiche e un po’ di materiale vario, come esposimetro, set per la pulizia delle lenti, qualche scheda aggiuntiva, un cartoncino grigio neutro…

Monospalla

I monospalla sono “l’ultima generazione” di zaini. Hanno il vantaggio di avere il peso sulle spalle, una discreta velocità (è sufficiente farli ruotare davanti per avere accesso alle tasche e al contenuto ma le dimensioni sono spesso limitate e paragonabili a quelle di una borsa corredo di medie dimensioni.

Considerazioni

Quando prendiamo in considerazione l’acquisto di una borsa o zaino per la nostra attrezzatura, dovremo valutare diversi fattori:
Capacità:
E’ importante che lo spazio a disposizione sia più che sufficiente per ciò che dobbiamo inserire. Il materiale non deve essere inserito a forza, ma deve entrare comodamente. Non facciamoci ingannare dalle dimensioni esterne delle borse, ma prendiamo in considerazione sempre e solamente quelle interne
Disposizione degli scomparti:
In alcuni casi, gli scomparti non sono personalizzabili, cosa che invece reputo molto importante. Avere la possibilità di modificare la forma degli scomparti grazie a divisori dotati di velcro, consente di personalizzare l’interno e ottimizzare di conseguenza lo spazio utilizzato.
Impermeabilizzazione:
Tutte le borse fotografiche e tutti gli zaini sono impermeabili; il materiale usato è nella stragrande maggioranza dei casi nylon balistico, molto robusto e resistente e naturalmente impermeabile. Alcune marche addirittura dotano gli zaini e le borse di protezioni aggiuntive (alcuni rendono addirittura gli zaini impermeabili e galleggianti) che sono sicuramente gradite ma non ritengo siano un fattore fondamentale per la scelta.
Per mantenere viva l’impermeabilizzazione è sufficiente acquistare quelle bombolette spray per impermeabilizzare le tende o le scarpe. Una o due spruzzate all’anno (soprattutto sulle cuciture) sono sufficienti.
Cinghie:
Sia le borse pronto che gli zaini devono avere cinghie per il trasporto robuste e imbottite (meglio ancora se antiscivolo). Sarebbe davvero ridicolo spendere tanti soldi per l’attrezzatura e affidarla ad un gancio della cinghia di trasporto di plastica o che ci ispira poca fiducia. (ma non fidarsi ciecamente nemmeno di quelle di metallo, parlo per esperienza)
Tasche a cerniera:
Trovo siano fondamentali: qualunque borsa o zaino deve avere delle tasche dotate di cerniera a zip: ci assicura di mantenere al sicuro il contenuto anche in caso di ribaltamento.

Consigli generali:
Abituiamoci a riempire la nostra borsa o zaino secondo sempre la solita logica:  usare lo stesso metodo ci consente di imparare la posizione degli oggetti nelle relative tasche e di velocizzare molto l’intervento (immaginiamo di dover recuperare al volo una batteria di emergenza, piuttosto che una scheda di memoria)

Valutiamo bene cosa trasportiamo perché saremo noi a trasportarlo. Un tempo mi caricavo come un mulo… ora valuto con attenzione cosa andrò a fotografare e mi comporto di conseguenza.

Portiamo sempre con noi un kit di pulizia: il mio kit da cui non mi separo mai è composto da due salviettine per pulire gli occhiali, un pennellino morbido per lenti, un pennellino con setole leggermente più rigide, uno spray per gli occhiali (che va benissimo anche per le lenti) il tutto dentro un sacchettino di plastica Cuki Gelo impermeabile.

Consigli anti-furto

Quando viaggiamo abituiamoci ad essere e comportarci in maniera trasparente: la borsa fotografica è sempre uno specchietto per le allodole per ladri e malintenzionati. Meno ci mostriamo fotografi più invisibili saremo, più siamo invisibili più riusciremo a fotografare l’ambiente così come ci circonda (pensiamo a Cartier Bresson).
Se ci spostiamo con l’auto, teniamo la borsa fotografica in terra, dietro il sedile del guidatore e non sul sedile. Se dobbiamo proprio appoggiarla sul sedile, leghiamola con la cintura di sicurezza: eviterà lo scippo al volo con rottura del finestrino dal motorino di turno mentre siamo fermi al semaforo.
Se dobbiamo per forza lasciare il corredo in auto, inseriamolo nel bagagliaio prima di giungere a destinazione. Mai, e ripeto Mai posteggiare l’auto, scendere con la borsa fotografica, metterla nel bagagliaio, chiudere l’auto e andarcene. E’ la prima regola da imparare a memoria. Se sappiamo che dovremo “abbandonare” la nostra attrezzatura fermiamoci prima di giungere a destinazione in una piazzola di sosta e spostiamola prima di posteggiare.
Se ci fermiamo a bere in un locale, prendiamo l’abitudine di sederci infilando una gamba della sedia nella cinghia o in uno spallaccio della zaino: eviterà il furto mentre siamo distratti.
Togliamo l’etichetta della marca dallo zaino o dalla borsa: è inutile avere uno zaino tutto nero che pare un normalissimo zainetto e poi avere un logo “Tamrac” in bella mostra.
Non dimentichiamoci che se ci vestiamo e sembriamo dei professionisti, sarà più difficile ottenere foto dalla gente comune che non come semplici “turisti”.

Il Cianotipo. Una tecnica antica, un linguaggio moderno.

Reduce da una delle tante bellissime esperienze proposte dal mio gruppo fotografico sto riflettendo a ruota libera sulle tante strade che la passione per l’immagine apre, soprattutto oggi che siamo ricchi tanto dei metodi più tecnologici, quanto di quelli ereditati dal passato.

Perchè, effettivamente, che senso ha proporre oggi, nel 2010, dove tutti i nostri mezzi hanno almeno un’uscita usb, una riflessione su tecniche antiche di stampa fotografica?

Perchè armarsi di pennelli, bacinelle, ampolline e andare a rovistare in soffitta in cerca di una lampada uva usata per veloci abbronzature in tempi di nebbia se possiamo semplicemente ottenere uno splendido blu di prussia dalle palette di cs4?

Credo che la risposta sia piuttosto scontata. Credo che sia talmente scontata da fare quasi rabbrividire per la sua banalità: un misto di necessità di esprimersi e di appagamento personale.

Ma la cosa buffa è che in qualunque modo le due cose si miscelino, il percorso rimane lo stesso.

Anche un bambino, lo dico per esperienza, prova un senso di compiacimento quando un lavoro, seguito dall’inizio alla fine, gli nasce tra le mani.

Se poi nella scelta dei vari passaggi (e del moltiplicarsi delle variabili che ci vedono protagonisti indiscussi) si include la necessità di esprimersi in qualche modo interviene la possibilità di conoscere il maggior numero di linguaggi, la strada diventa ancora più ricca.

Strana pulsione quella di chi si accinge a creare qualcosa di suo, in questo caso nell’ambito delle arti visive, facendolo nel modo più originale possibile.

L’originalità, la peculiarità di quel messaggio, sarà ciò che più denoterà quell’autore: il suo messaggi sarà tanto più forte quanto unica e irripetibile sarà la sua creazione.

“L’arte non è una copia del mondo reale. Di queste dannate cose basta che ci sia un solo esemplare!”

[cit N.Goodman, I linguaggi dell'arte, ed. saggiatore, p.111]

Il cianotipo è dunque una delle tante strade che oggi, nell’era del digitale, arricchisce il nostro linguaggio artistico, perchè non sfruttarla?

Il bello di questa tecnica è che non servono grandi materiali, né grandi pretese creative, per comprenderne i meccanismi principali: il risultato permette di apprezzare ancora di più il connubio che si crea tra chimica e ricerca personale.

Il cianotipo fu una scoperta di Herschel, a pochi anni dalle prime immagini fotografiche realizzate da Fox Talbot e Daguerre che fecero il giro del mondo, e si basava sullo stesso principio. La differenza fondamentale era il tipo di elemento che veniva utilizzato per rendere fotosensibile il supporto scelto: invece del nitrato d’argento del Dagherrotipo, il cianotipo si affida alla miscela di ferrocianuro di potassio e di citrato ferrico.

Le stampe ottenute hanno un colore blu intenso e danno un senso di profondità notevole.

Oggi, realizzare un cianotipo sembra relativamente facile, tuttavia ciò che lo renderà unico (e irripetibile)sono la sperimentazione e la partecipazione in ogni singola fase di produzione.

Prima di tutto lo scatto, la scelta di un soggetto in vista di questo procedimento piuttosto che un altro.

La stampa avviene fondamentalmente per contatto, quindi è necessario produrre un negativo sufficientemente grande.

Oggi, grazie ai fogli lucidi sui quali le stampanti laser possono agire liberamente, è facile ricavare un negativo da qualcuno dei nostri jpeg.

Mi domando invece quanto complesso fosse negli anni 40 dell’ottocento, questo primo momento del procedimento.

Ogni fase non poteva essere lasciata al caso, o decisa con superficialità: la pena era lo spreco di materiali, fatica, tempo e soldi, notevole. Una foto probabilmente doveva nascere nella testa del fotografo in maniera decisamente chiara.

Ottenuto il negativo inizia il procedimento che sarà probabilmente quello a più alte variabili incisive sul risultato finale: la preparazione dell’emulsione.

La nostra guida esperta in questo campo, ossia il professionista Davide Rossi (www.atelierdellafotografia.it), ha portato con sé due misteriose bustine, una serie di bacinelle, ampolline ottenute dallo sciroppo per la tosse e la faccia di chi sa cosa proveremo noi poveri fotografi digitali da un momento all’altro.

Nelle due bustine polveri di colore indefinito: le luci in sala sono abbassate, ma trattasi di citrato di ferro ammonio e ferrocianuro di potassio. Miscelandole con due siringhe e acqua distillata, in parti uguali, si ottiene un liquido tra il giallo e il verdognolo.

A questo punto,  ognuno può scegliere il supporto che preferisce: stoffa, carta, cartone, legno. Purchè sia un materiale poroso abbastanza da raccogliere l’emulsione.

Con un pennello, un tampone, un rullo si può stendere il liquido in base all’effetto voluto:ora il supporto è fotosensibile.

In base alla miscela creata e alla quantità, alla pennellata che daremo, all’espozione a cui lo “cuoceremo” il nostro lavoro cambierà.

Ci siamo: comincio a comprendere perchè si parla di “unicià” dell’opera.

Non che i nostri lavori siano opere d’arte in senso stretto, ma relativamente al loro aspetto di irripetibilità sì, lo sono. Un tempo si poneva il negativo sopra il supporto emulsionato e si lasciava al sole. Oggi, grazie all’estetica moderna, esistono le lampade abbronzanti che ci sparano con favore i raggi uv-a accelerando il nostro lavoro.

Anche qui altre variabili: più il negativo aderisce al supporto, migliore sarà la definizione; dobbiamo quindi assicurarci che il supporto sia asciutto e che il nostro negativo vi si appoggi perfettamente in tutti i punti.

Avevo già visto la stampa a contatto in camera oscura ma sono rimasta piuttosto basita nel vedere la definizione del dettaglio in questo procedimento. Eppure si tratta di cartoncino, pennelli da pittore, niente di serio.

Dopo una decina di minuti di abbronzatura il lavoro sembrava cotto a puntino. Staccando il negativo dal foglio si coglieva già il lavoro finito. I sali si erano ossidati creando un’immagine di sfumature strane, tra il blu, l’azzurro e il retrogusto bruciaticcio.

Allora perchè lavare?

Il bagnetto della nuova creazione, in semplice acqua, permette di lavare via i sali non esposti: lasciandolo alla luce il nostro lavoro non subirà ulteriori modifiche nel tempo; un fissaggio.

Un tocco di maggiore reiterazione al colore è dato da un bagno con acqua ossigenata che permetterà ai sali di ossidarsi più velocemente, contribuendo a evidenziare la profondità del blu.

Ecco un’immagine di Ildo Mauro Biolcati.

Il cianotipo ottenuto è qualcosa di particolare: ha uno spessore, è palpabile e nello stesso tempo ha un dettaglio così esatto e curato che lascia a bocca aperta.

Certo nel 2010 può sembrare anacronistico e del tutto assurdo cimentarsi in tecniche di stampa di questo tipo. Per un amatore poi tutto potrebbe sembrare una perdita enorme di tempo.

Se vogliamo realizzare le fotografie delle vacanze o divertirci a giocare con la nostra reflex digitale, non ha molto senso, è vero.

Ma se ci interessa anche solo un po’ vedere come nasceva un’immagine in un dato periodo, se ci interessa anche solo minimamente conoscere qualcosa di nuovo, per vedere se riesce a darci quel qualcosa che ci permetterà di esprimersi meglio… allora vale veramente la pena di sapere e magari sperimentare anche questo linguaggio.

Roberta Valtorta. Volti della fotografia.

Roberta Valtorta

Volti della fotografia.

Scritti sulla trasformazione di un’arte contemporanea.

Ed. Skira.

Un libro illuminante. Decisamente illuminante.

A volte si riflette sulle capacità delle fotografie di trasmetterci sensazioni ed emozioni, ma difficilmente riusciamo a vedere più in là del singolo scatto.

Questo aspetto è frutto della poca preparazione di noi amatori, nei confronti delle arti visive. Allora, per fortuna, c’è chi lavora da una vita in questo campo e ci riserva delle riflessioni generali che ci fanno soffermare su alcuni aspetti della fotografia, sui suoi cambiamenti.

Roberta Valtorta, storica e critica della fotografia, ci propone in questa raccolta di saggi, una serie di riflessioni sul mutamento di alcuni punti saldi dell’immagine, nel corso dei secoli.

Ogni capitolo una piccola perla, un piccolo spunto ad approfondire argomenti, e mai periodi a sé stanti, sempre in relazione alla società che le ha originate.

Partendo dagli spunti offerti dal difficile rapporto tra fotografia e pittura, segnato dalle necessità di rappresentare la realtà o interpretarla, esprimersi o far riflettere su contesti in cui l’uomo è protagonista o alienato, la Valtorta passa a spiegare come la diffusione di alcune correnti fotografiche siano il frutto di questi “flussi” di autocoscienza dell’arte visiva neonata.

La fotografia è ciò che ci permette di fermare l’interesse di chi osserva, fissando un significato in maniera indelebile nell’inconscio collettivo, ma è anche la stessa arte che permette di costruirlo, un significato, con vere e proprie creazioni in studio.

La fotografia è ciò che riflette inevitabilmente la posizione dell’uomo nella sua vita quotidiana: il paesaggio con le sue trasformazioni, la presenza o l’assenza della figura umana, la fissità o la dinamicità dell’immagine.

Sono tutti temi che la Valtorta tocca con delicatezza, senza appesantire il lettore, lasciando la curiosità di andare a cercare e approfondire ciò che più tocca il proprio interesse.

Al Paesaggio è dedicato un sistema consistente di capitoli. Una serie di progetti fotografici, Europei e Oltreoceano, fu sviluppata per lavorare all’approfondimento di questo tema, nel Novecento.

La storia di un’arte in così stretta relazione con l’uomo non può certo prescindere dall’ambiente.

E non sempre, evidenzia l’autrice, il paesaggio è un paesaggio reale.

“ Un’idea penosa: che al di là di un punto preciso nel tempo la storia non sia più stata reale. Senza rendersene conto, la totalità del genere umano avrebbe d’improvviso abbandonato la realtà- sono parole di Elias Canetti che Jean Baudrillard riprende e utilizza come trampolino per una riflessione sulla ipoetetica sparizione della storia oggi o in un immediato futuro- Secondo questa immagine si può supporre che l’accelerazione della modernità, tenica, evenemenziale, mediatica, l’accelerazione di tutti gli scambi, economici, politici, sessuali, ci abbia portati a una velocità di liberazione tale da permetterci di uscire dalla sfera referenziale del reale e della storia”. [pag 119]

Quindi quell’arte che dovrebbe rapprentare una fonte storica tra le principali, una traccia e un archivio della realtà in cui si vive, può arrivare a essere fonte di una realtà che manca, quindi anche di quella che c’è al suo posto, nell’assenza.

Europa e America vedono il paesaggio, poi, in modi sostanzialmente diversi: ecco perchè l’autrice ci accompagna attraverso alcuni progetti fotografici essenzialmente italiani, come il progetto Atlante, di Luigi Ghirri, ma accenna spesso anche a Basilico, Cresci e Chiaramonte, per arrivare inevitabilmente a toccare il tema dell’archivio Alinari.

“Un concetto unitario di paesaggio diviene per noi irrimediabilmente impossibile. Il paesaggio reale dell’esperienza, quello della memoria e quello creato dalle immagini virtuali si confondono, compressi e sovrapposti dalla velocità che la tecnologia ha impresso alla comunicazione”.

Ecco che, secondo questo concetto, diventa fondamentale il messaggio.

Frammentazione del paesaggio, alienazione della visione unitaria di un contesto ma, in positvo, libertà di espressione e scelta dei codici.

Un libro, dunque, che consiglio a tutti per la presenza di spunti di riflessione non soltanto sulla storia della fotografia, ma anche sulla storia del rapporto tra uomo, contesto e espressione.

La fotocamera in regalo, riflessioni

Natale è appena passato e sicuramente c’è chi, tra altri regali, ha ricevuto una fotocamera o come unico regalo ha chiesto una reflex, magari da chi in passato ha usato una compatta o non ha mai fotografato in vita sua.

Chi proviene da una reflex a pellicola, in molti casi avrà già un parco ottico, una conoscenza generale della fotografia, di cosa sia una composizione….

Chi invece si è appena avvicinato alla fotografia, cosa fare? Ci si ritrova tra le mani un oggetto più o meno pesante e sicuramente molto costoso. Si comincerà a scattare a qualunque cosa ci circonda, provando il flash, zoom, la raffica…. Poi dopo qualche giorno di euforia in moltissimi casi la reflex finirà in un armadio, in attesa che le vacanze o le ferie giungano presto.

In pochi casi invece si ha già frequentato o si frequenta un forum, dove abbiamo attinto informazioni riguardo quale reflex acquistare, marca, modello, se prenderla in kit e quindi con il suo obiettivo standard in dotazione oppure associare un’altra ottica più “tuttofare”.

In moltissimi casi l’acquisto della prima reflex è frutto di un processo di assimilazione, almeno per quanto riguarda il marchio.
Personalmente quando comprai la mia prima reflex digitale avevo due reflex a pellicola Canon e così scelsi quella marca. Chi aveva in famiglia qualcuno con Nikon avrebbe acquistato Nikon. Chi è legato alle Olympus, chi alle Minolta (ora Sony). La marca non ha assolutamente valore in questo caso. Abbiamo in mano la nostra prima reflex e desideriamo ardentemente diventare fotografi come Ansel Adams, Robert Capa o Berengo o ancora bravi come quelli che fanno i calendari Pirelli o quelli di cui si sente tanto parlare alla televisione durante i telegiornali.

Quanto sopra sarebbe già un passo avanti: in molti comprano una reflex perché ormai darsi del “fotografo” è facile. Col digitale chiunque può comprarsi o farsi regalare una reflex e darci dentro con fotografie che non hanno alcun senso e significato ma giusto per poter postare su un forum o un blog: “guarda questa l’ho fatta con la nuova Canikon Super 18 multiplastimegapixel”.
Un tempo, quando il digitale non c’era, allora sì che chi fotografava era un vero appassionato: perché la pellicola costava (e costa), lo sviluppo e la stampa costava (e costa) e poi diciamolo, era uno sbattimento; e attento al rullino, e porta il rullino, e tieni da parte i negativi perché la zia vuole la copia della foto del nipotino e che magari quando uscivi dal negozio ti ritrovavi 20 fotografie tutte mosse.

Un tempo chi fotografava si poteva dividere in 3 categorie:
-Chi fotografava per mestiere.
-Chi teneva la reflex nell’armadio fino ai compleanni, cresime, cerimonie, feste, ferie, vacanze al mare e usava i rullini che il laboratorio regalava ad ogni sviluppo e stampa.
-Chi fotografava per passione, che andava in giro con la sua piccola reflex  anche quando non era in ferie e teneva i rullini in bianco e nero più preziosi in frigorifero accanto alle melanzane.

Oggi tutti possono avere una reflex e cominciare a far foto praticamente a costo zero (se non contiamo il costo iniziale della reflex stessa). Il problema è che con la mentalità attuale, ci si monta la testa troppo presto, e quando sia la mamma che la moglie e la cugina guardando una banalissima foto di un fiore presa con un 35mm a 2 metri di distanza esclamano: “che bellaaaa”,
subito ci si crede fotografi. I problemi vengono dopo, quando ci si confronta con chi di fotografia ne capisce, non tanto perché è un genio, ma solo perché ha più esperienza, ha visto decine di migliaia di fotografie e ne ha scattate migliaia, si è confrontato, ha pubblicato, ha scritto di fotografia e magari ha anche realmente un “occhio particolare” che rende ogni sua foto un qualcosa in più.
Cosa fare quindi per sfruttare veramente la reflex che si ha tra le mani?

1. imparare a memoria il manuale di istruzioni.
Le reflex di oggi sono complessissime. Un tempo avevi una ghiera dei diaframmi e una dei tempi. Se guardando dentro al mirino la stanghetta era nel cerchietto, allora potevi fare click.
Finito. Facilissimo.
Oggi ogni reflex di ogni marca è un concentrato di funzioni inutili che creano in moltissimi casi solo confusione e nel restante dei casi rimangono inutilizzate. Ma, come sanno i produttori, fanno vendere perché così come chi ha il SUV più grosso è figo (o si crede tale per compensare altre piccolezze), così chi ha la reflex di ultimissimo modello con tanto di sistema antipioggia (un pulsante che fa cambiare realmente il tempo metereologico) si sente più fotografo di quello che ha la reflex digitale di prima generazione. (ma la cosa triste è che in molti ci credono anche…)
Quindi, tornando ai consigli, imparare a memoria il manuale di istruzioni è fondamentale. Permette di essere più veloci, di non perdere tempo a cercare funzioni particolari che magari in quella tal occasione tornava comoda. Dovete sapere usare la vostra fotocamera perfettamente anche ad occhi chiusi.

2. ponetevi domande: cosa fotografo e soprattutto, perché?
Potete fare migliaia di fotografie senza che ce ne sia una sola interessante.  Nella fotografia, oltre alla fotocamera serve un’altra cosa indispensabile: qualcosa da dire, da mostrare.

3. Leggete.
Non certo la gazzetta dello sport. Quello è un giornale per chi vive solo di calcio e con l’unico scopo di farvi venire le dita nere di petrolio. Leggete, ma soprattutto guardate, libri di fotografie.
Ce ne sono decine di centinaia in commercio, moltissimi dei quali tutti uguali. Andate nelle librerie della vostra città e sfogliateli, leggetene delle parti prima di acquistarli. Non esiste “Il Libro” che vi darà tutte le risposte che cercate, ogni libro vi darà un suggerimento, sta a voi coglierlo e unirli per creare un bagaglio culturale e tecnico che vi permette di migliorare il vostro modo di fotografare.

4. Andate alle mostre di fotografia.
Ma andateci veramente. Anche se il biglietto di ingresso vi costa come una pizza, anche se sembra una roba da sfigati. Fa bene alla mente e alla fantasia osservare e studiare le fotografie di chi è arrivato al punto da poter esporre i propri scatti in una mostra o museo.
Cercate di capire cosa vi colpisce, positivamente o negativamente. Domandatevi il perché una foto vi piace o al contrario non vi dice nulla. Se non vi dice nulla è perché non esprime nulla o perché non riuscite a cogliere cosa sia quel nulla che a voi appare? E se non esprime nulla, non è che era proprio quello l’intento del fotografo che quindi è riuscito pienamente?

5. Le riviste.
Un tempo acquistavo praticamente ogni rivista di fotografia che c’era in commercio. Ora acquisto solo ed esclusivamente Zoom.
Le riviste sono sostanzialmente tutte uguali: fanno i soliti test inutili che si possono trovare tranquillamente anche su internet e gratuitamente. Contengono un sacco di pubblicità…
Zoom invece è una rivista che contiene solo ed esclusivamente fotografie e interviste ai fotografi delle opere che compaiono all’interno. Si possono scoprire autori molto interessanti.
Se proprio non potete farne a meno, compratele, male non fanno. di “Tutti Fotografi” mi piaceva il modo in cui un redattore se non ricordo male, commentava delle foto a tema dei lettori. Molto diretto, veritiero e senza peli sulla lingua.

6. non copiate
Molti commettono l’errore di fare propria una tecnica che caratterizza un fotografo: ammiro i ritratti di Andrzej Dragan e dico: “che meraviglia, voglio fotografare come lui!”
No! Quello è il Suo modo di fotografare, tu ti limiteresti a copiare (male) l’opera di un altro
e ti assicuro che col tempo ti stuferai. Il concetto di crearsi un proprio stile, è estremamente complesso. Non esiste il porsi la domanda: “che stile mi invento?”. Lo stile è una cosa che viene col tempo, non si improvvisa, non si inventa: lo si costruisce. Quando le persone, vedendo una fotografia, riusciranno a capire senza sapere l’autore che quella foto l’hai fatta tu, allora ti sarai creato uno stile senza rendertene conto. Ci voglio anni e anni.

7. siate umili
Fate vedere le vostre fotografie a chi ne capisce di più. Iscrivetevi a forum come diFotoParlate
o ad altri forum in cui si parla di fotografia e non di macchine fotografiche. Se avete comprato una Nikon o un Canon, non chiudetevi nel mondo dei club dei Canonisti o dei Nikonisti perché vi chiudereste in un mondo ottuso e ignorante di ciò che c’è al di fuori: del fatto che non è la marca della reflex che fa il fotografo. Rendetevi quindi disponibili al dialogo, alla discussione, con la certezza di trovare qualcuno che ricoprirà di commenti negativi la vostra fotografia, che non l’apprezzerà e qualcun altro più maleducato vi ridicolizzerà con battute ironiche della serie: “anche mia nonna poteva scattarla”. Siate umili e accogliete ogni tipo di commento, cercando di assorbire ogni parola per capire cosa (se c’é) non va nella vostra fotografia.

8. datevi obiettivi
In moltissimi casi ci si ritrova a fotografare ovunque e di tutto. Datevi degli obiettivi, degli scopi, dei temi: realizzate un progetto vostro, che vi piace: se vi piacciono i portoni delle case, quelli fatti di legno, cominciate a fotografarli, andate in giro per la vostra città con l’unico scopo di fotografare i portoni delle case. Inventatevi un progetto ma ricordate di portarlo avanti.

9. non abbiate paura
La reflex, così come ogni fotocamera, è un oggetto e come tale va usato.
Non preoccupatevi per il fatto che si possa graffiare o rovinare. Usatela. E’ come quando comprate l’auto nuova. La trattate con tutta la delicatezza del mondo, poi andate al supermercato e qualcuno vi ha “gentilmente” segnato la vostra portiera spalancando la sua.
La fotocamera è fatta per essere usata. Non abbiate paura di usarla se piove, finché non diluvia in maniera incredibile non succede nulla, se c’è polvere, cercate di limitare il cambio delle ottiche e magari montate un bel filtro UV davanti per proteggere la lente frontale. Se volete fare un po’ di fotografia di strada tenendo la fotocamera nella custodia, potete anche tornare a casa. La fotografia di strada si fa con la fotocamera al collo o in mano pronti allo scatto.
Non vergognatevi di avere una reflex al collo, nel 95% percento dei casi nessuno vi noterà. Se andate a Londra in questi periodi invece, lasciate la reflex a casa.

10. poco è meglio
Poco è meglio in moltissime circostanze: non esagerate con l’attrezzatura e ficcatevi in testa che non è la reflex o l’obiettivo di serie lusso a fare la foto migliore. Non portatevi dietro tutta la vostra attrezzatura ad ogni uscita fotografica: portatevi solo il necessario, per ovviare allo zoom lasciato a casa, usate i vostri piedi ed avvicinatevi al soggetto.

11. pensate
E’ una cosa che molti pochi fanno ormai, convinti che scattando 100 foto dello stesso soggetto, una foto buona verrà fuori. Se anziché scattare 100 foto in un minuto, vi fermate un minuto a pensare guardando nel mirino il soggetto, la luce, la composizione e scattate 1 sola foto, avrete più soddisfazione. Ricordatevi che un cecchino è molto più pericoloso di uno con la mitragliatrice. Quindi fermatevi, pensate e dopo eventualmente scattate.

12. siate voi i primi giudici
Se volete mostrare le vostre foto al pubblico, mostrate solo le fotografie migliori. Non esiste e non deve esistere il mostrare una foto mossa e dire: “eh volevo vedere te fare quella foto dalla bici in movimento”. Frena e scendi! O non postare la fotografia! Se una foto poteva essere migliore e ve ne siete accorti, non postatela, non pubblicatela. Cestinatela e basta!. Usatela come esempio per correggervi in futuro! Come diceva Oscar Wilde, “A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio!” Quindi le foto mosse, brutte, inutili, superflue, tenetevele per voi.

Buona Luce.

Holga, un mondo di plastica?

Lomo Holga 120CFN

Lomo Holga 120CFN

Forse ne hanno sentito parlare tutti, ma sono pochi quelli che le utilizzano e i professionisti che ne fanno un uso abituale forse si contano sulle dita di una mano.
Sto parlando delle Holga, le macchine fotografiche dette anche Toy Camera (fotocamera giocattolo, che di giocattolo non ne ha il prezzo) prodotte in economia per il mercato cinese ed esportate ovunque.
La Holga classica, è un medioformato a pellicola, con una singola lente fissa (in plastica a parte alcuni modelli) da 60mm e due aperture: “Sole” (f/11) e “Nuvoloso” (f/8). La messa a fuoco è spannometrica: occorre ruotare l’ottica facendo combaciare la tacca con la distanza indicata: 1m, 2m, 6m, 10m a infinito. La lente di plastica “regala” bellissime vignettature, aberrazioni cromatiche, sfuocature….
Il tasto di scatto è indipendente dal caricamento della pellicola, quindi è possibile fare esposizioni multiple anche involontariamente (quando si dimentica di caricare la pellicola) e tramite apposito tastino è possibile scattare in modalità Blub.
La fotocamera è interamente costruita in plastica, non ha alcun tipo di guarnizioni o spugne per evitare che la luce penetri nel corpo con varie velature e sbaffi nella pellicola, tanto che viene venduta con del nastro isolante nero da mettere attorno al vano pellicola per evitare le infiltrazioni di luce.
Il modello che si trova in commercio ora, la Holga 120CFN  è dotata di flash, un flash ovviamente poco potente, ma è colorato e di 4 colori: il giallo, il rosso, blu e ovviamente il classico lampo bianco che tutti si aspettano. Per selezionare il colore è sufficiente ruotare l’apposita ghiera posta in cima alla fotocamera.
Ha 2 pile stilo (le classiche AA) ma servono solo per alimentare il flash, quindi se si scaricano o non si vuole usare il flash, si può scattare comunque. Ma occorre ricordarsi di fissare bene le pile
negli appositi alloggiamenti altrimenti al primo colpo cominceranno a vagare all’interno della Holga.
La Holga attualmente viene venduta a 65€ in una scatola che contiene, oltre la fotocamera una cinghietta portacamera, il manuale d’uso, del nastro adesivo nero, un rullino 120, il telaietto 6×6 per sostituire quello standard rettangolare 6×4,5 e il libro “World through a Plastic Lens” che contiene davvero tanti spunti e modifiche per la Holga.

Sul Ticino con la Holga

Sul Ticino con la mia Holga

Ora, considerando che: la fotocamera è un costoso giocattolo, l’ottica è pessima, la luminosità molto scarsa (consigliati 400ISO per foto in esterno e almeno 800 per interni), la definizione
quasi inesistente, l’evidente vignettatura, le infiltrazioni di luce nel corpo, la messa a fuoco imprecisa, le pile che vanno fissate perché altrimenti escono dalle proprie sedi, il rischio di
esporre più volte la pellicola, la scarsa autonomia (con una pellicola 120 e telaio 6×6 inserito, si possono fare 12 fotografie) che senso ha averla?

Credo che per dare un senso al suo possesso occorra fare prima una piccola premessa:
Chi è appassionato di fotografia, spesso si ritrova a parlare di definizione, di nitidezza e dettaglio. Valutiamo le fotocamere in base
alle loro caratteristiche tecnologiche, alla loro velocità, precisione, comodità d’uso e numero dei megapixel se si tratta di digitali.
Ci troviamo quindi tra le mani dei prodotti finiti che per funzionare a dovere e regalare fotografie interessanti necessitano solo dello studio del manuale della fotocamera e di basilari regole di composizione da parte del possessore. Con questo tipo di fotocamere, è difficile sperimentare nel vero senso della parola. Moltissime delle reflex digitali in vendita non consentono nemmeno l’esposizione multipla.
Molti sostengono che nel mondo del digitale, la vera sperimentazione si fa solo in Camera Chiara ovvero con l’uso di Software per l’elaborazione digitale delle fotografie come il celeberrimo Photoshop o Gimp.
Ritengo però sia difficile ottenere risultati interessanti se alla sperimentazione ci si avvicina solo in modo casuale, ovvero provando a caso impostazioni, filtri e regolazioni dei software osservando cosa accade in attesa di un risultato interessante.
Trovo che la Holga permetta di avvicinarsi alla sperimentazione fotografica direttamente dalla fotocamera. E’ una fotocamera di plastica, che si può smontare, adattare, modificare a proprio gusto e piacimento. Al posto della pellicola 120 è possibile con banali modifiche inserire un normale rullino 35mm ed esporlo fino alla dentellatura:

Holga e rullino 35mm dal sito www.lomography.it

Holga e rullino 35mm dal sito www.lomography.it

I filtri colorati del flash consentono sperimentazioni interessanti sui colori, così come le esposizioni multiple.
In questa fotografia, ho usato il flash della Holga per fare 3 lampi (uno blu, uno giallo e uno rosso) mentre la mia reflex era in modalità bulb:

Fumo incenso e flash Holga

Fumo incenso e flash Holga

La Holga è ideale, grazie alla sua lente in plastica, per lo studio dei colori forti, delle dominanti, dello sviluppo di pellicola in cross-process, ovvero sviluppare la pellicola diapositiva (E6) con gli acidi per la negativa (C41) che donano alle foto colori estremamente saturi e piuttosto acidi e ottime se usate con pellicole scadute.
Le fotografie che la Holga regala sono sempre imprevedibili, dai contorni poco definiti, quasi eteree per certi versi, ottima per lo street e il ritratto diverso dal solito.
Molti non hanno idea di cosa siano i “fantasmi”, ovvero quegli sbaffi luminosi nelle fotografie quando la luce filtra nel corpo macchina. Con la Holga si possono avere o  eliminare usando il nastro isolante nero per bloccare le infiltrazioni di luce. 65 euro per una fotocamera del genere possono sembrare tanti, ma su ebay si possono trovare a cifre per ogni gusto….
E’ possibile quindi che i suoi punti di forza siano proprio le sue debolezze? Assolutamente sì. I suoi difetti sono ricercati da chi cerca una “fotografia diversa” fuori dagli schemi comuni, ideale per persone a cui piace giocare, sperimentare, modificare e personalizzare fisicamente la propria fotocamera. Assolutamente sconsigliata a chi ama velocità, precisione, certezza del risultato.

Le Holga, come molte altre fotocamere insolite (come le Action Sampler che fanno 4 foto in una usando 4 ottiche diverse o la Holga in formato 35mm) sono in vendita da:

Lomographic Society Italia
c/o Uki Yo s.r.l.
Via Marsala 29
21013 Gallarate (VA)
tel +39 0331 701234
fax +39 0331 777568

e naturalmente sul loro sito internet: http://www.lomoshop.it/

JAN SAUDEK e gli estremi del pittorialismo moderno.

Jan Saudek e gli estremi del pittorialismo moderno

Jan Saudek. Come cominciare un breve pezzo su di lui? Credo sia uno dei pochi casi in cui guardare le immagini senza una breve introduzione finisca con l’essere addirittura controproducente. La prima volta che guardai le sue foto ne rimasi affascinata: provai ad addentrarmi maggiormente nella sua produzione e arrivò anche per me la fase in cui mi sentii quasi schifata. Eh si, perchè leggere che Saudek fu influenzato da Steichen ti fa pensare al pittorialismo più romantico, ai toni sfumati, ai primi esperimenti con la profondità di campo.
No, Saudek non è romantico, o meglio, non lo è nel modo che comunemente ci si aspetta da questo termine.
Saudek è allegoricamente romantico. 
Al limite della pornografia, alcune sue immagini riescono a conservare qualcosa di poetico, nella tragicità dei contrasti, nel messaggio che richiamano.
La colorazione ad acquerello, che in qualche modo lo contraddistingue, fa parte di una visione sfacciatamente ironica della vita, che anche nella miseria di uno scantinato dove era costretto a realizzare i primi scatti per sfuggire ai controlli durissimi della polizia ceca o la scelta per dare un ulteriore scenario di tragicità alle situazioni descritte?
La figura umana, nelle sue crude bellezze o oscene verità, legata all’invecchiamento, agli affanni della vita e della morte, alla bellezza inconsapevole o perduta, paesaggi onirici da sogno o da incubo, che spesso si fondono nello stesso scatto, sono i suoi temi principali.
Saudek ha tanto da dire, a volte urlando, a volte suggerendolo appena.
Un autore così non poteva non far innamorare il panorama fotografico mondiale. Fu presto richiesto per mostre e eventi culturali.
Tutt’ora lavora e dipinge.
Le opere di Saudek parlano, a volte il loro messaggio, bisogna ammeterlo, colpisce come uno schiaffo in piena faccia, ma comunicano profondamente con chi le osserva.

Per immagini più forti vi consiglio un giretto sul sito dell’autore stesso.

http://www.saudek.com/en/jan/uvod.html

Un anno è trascorso per Cristina

Passeggiando nel Parco del Ticino

Passeggiando nel Parco del Ticino

E’ inevitabile ammettere che nella vita si incontrino persone che in qualche modo segnano e influenzano i nostri modi di vedere e di percepire alcuni aspetti della nostra quotidianità.

Non so se le visioni possano essere affini per motivi genetici o se si avvicinino per influenza reciproca.

Ho sempre creduto di non essere creativa, e ne sono convinta tutt’ora. Se la creatività è qualcosa di innato, io ne sono sprovvista. Ma credo fermamente che ci si possa impadronire di linguaggi e sfruttarli al meglio per esprimersi.
Così quando Giorgio ci parlò del progetto di un forum che parlasse più del potere espressivo della fotografia, che di ciò che la rende possibile, saltai sulla barca senza nemmeno pensarci.

Il forum ha quasi un anno ormai. Gli utenti sono pochi e a volte la discussione langue.
Ma sono venute fuori ottime proposte di lavoro e diversi scatti interessanti.
Dobbiamo forse arrenderci al fatto di trovarci in un ambito in cui la fotografia è determinata da chi confonde il mezzo con il fine? Da chi fa del progresso digitale un punto di arrivo e non un una potenza espressiva?
No, Noi non ci arrendiamo.
Se anche solo un utente sarà in qualche modo orientato grazie a DFP e al confronto che qui può crearsi, allora non avremo avuto la testa dura per nulla.

Benvenuti,dunque, sul blog di difotoparlate.
Questo blog ha lo scopo di rendere più vive le discussioni con articoli e immagini scelti da noi.
Grazie al blog sosterremo il forum e segnaleremo le principali sezioni.
Sarà un modo per focalizzare alcuni argomenti e evidenziarne altri.
Sentitevi liberi di esprimervi.

Cristina

Un anno è trascorso per Esp

www.difotoparlate.com ha compiuto un anno, un anno e 14 giorni per la precisazione, ma un anno circa da quando è diventato pubblico e aperto a tutti.
Da parecchio tempo frequentavo diversi Forum ma mi ero stancato di sentire persone interessate solo alla qualità degli obiettivi o alla velocità delle reflex ultimo modello.
La fotografia digitale ha reso “fotografi” tantissime persone, aumentando il bacino di appassionati in maniera spropositata. Moltissimi però erano e sono più legati al “gioco tecnologico” più che al concetto di Fare Fotografia. Per Fare Fotografia non serve una super reflex da 3.000 euro o le ottiche bianche o zaini costosi. Volendo fare fotografia, è sufficiente una scatola di fiammiferi, un paio di rullini da 100 iso e un po’ di nastro isolante nero. Si può fare fotografia con qualunque cosa, dagli scanner alle scatole
da scarpe, dalle compattine alle usa e getta. L’importante è avere qualcosa da dire, da mostrare, che abbia un senso. Non serve scattare a raffica per vantarsi di aver fatto con la propria macchina 30.000 scatti, così come le telenovela o i vari grandi fratelli durano decenni ma non dicono assolutamente nulla.
Gianni Berengo Gardin ai suoi allievi dice sempre: “prima pensa per due ore, dopo eventualmente scatta”.
La fotografia è riflessione, è indagine, è curiosità, comunicazione, passione. Necessita del tempo, dello studio, della voglia di imparare, di mettersi alla prova, di mostrare agli altri i propri scatti sapendo che agli inizi riceveranno dei commenti negativi o verranno ignorate.
Ci siamo passati tutti ed è lo scotto da pagare per poter migliorare se stessi.
Questo forum è nato per chi voleva prendersi il tempo per poter commentare una fotografia, senza fretta, senza l’inutile commento “bella” che nulla aggiunge alla foto.

Si sapeva che sarebbe stato un forum di nicchia, vuoi perché alcuni iscritti stavano sulle balle ad altri, vuoi perché altri hanno paura di allontanarsi da altri ancora, vuoi perché di forum ne è pieno il mondo.
Un anno fa questo forum aveva 100 visitatori al mese… Oggi 100 visitatori li ha in un giorno.
Significa che c’è chi lo segue, c’è chi se ne è appassionato, vuoi per la semplicità, vuoi per l’assenza di pubblicità (che in effetti in molti casi è davvero troppo invasiva e fastidiosa) vuoi per lo scopo per cui
è nato: parlare di fotografia e di foto che parlano, che dicono qualcosa, che comunicano.
In un anno come si suol dire, ne è passata di acqua sotto i ponti, in altri termini ci sono state persone che sono venute e se ne sono andate, ci sono stati tanti iscritti ma pochi veri partecipanti.
Un celeberrimo detto dice: “meglio pochi ma buoni”. A me non interessa che ci siano migliaia di utenti,
mi interessa che quei pochi che ci sono si trovino bene, che abbiano spazio per imparare e insegnare a chi ne sa meno. Mi interessa che partecipino, che si divertano e se un domani le persone aumenteranno, tanto meglio.
Un po’ di idee in testa ci sono… andiamo avanti!
Per ora grazie a Voi che avete permesso a dFP di compiere il primo anno di vita (nella speranza ovviamente che non sia l’ultimo!)