Foto scelte da dFP:

PRE-PRODUZIONE.

Si parla tanto, ultimamente, di Post-produzione. Photoshop, programmi di grafica, schiarire, bruciare, saturare. Ma perché non si parla altrettanto di Pre-produzione? Perché non si parla spesso di contenuti?

Qualche piccola riflessione sparsa su come si concepisce un’immagine.

Un viaggio in un paese esotico, una piazza affollata, un panorama mozzafiato, una festa in piscina… cos’hanno in comune questi luoghi?  Ognuno di queste situazioni genera una quantità considerevole di immagini.

Ognuno di noi ha a che fare, se non altro per merito di un semplicissimo cellulare, con l’immagine, soprattutto digitale.

E’ sicuramente un fatto positivo, se non altro come fonte inesauribile di documentazione della realtà in cui viviamo. Ma sorge inevitabilmente un interrogativo legato all’intenzionalità di questi scatti.

Il filone fotografico documentativo, erroneamente interpretato spesso come “casualmente decisivo”, ha anch’esso una propria forma di  progettualità (si pensi al gruppo FSA americano http://it.wikipedia.org/wiki/Fotografia_documentaria ) ma di forma e struttura decisamente diversa da quella che mi affascina generalmente.

Cosa può rendere peculiare il nostro modo di fare fotografia?

Cosa può distinguerci dalle innumerevoli quantità di cartoline sfuocate e mal gestite che si trovano in numerosi portali? A mio parere, anche se potrò sembrare banale, visto il nome di questo salotto virtuale, il modo in cui facciamo PARLARE i nostri scatti. Ma pare far parlare qualcosa, bisogna essere assolutamente certi di cosa si deve dire. Un po’ come quando ci si prepara un discorso da fare davanti a molte persone: si scelgono accuratamente i termini, gli esempi e si programmano perfino le pause.

In fotografia esistono dei termini, sorta di vocaboli, che si possono mescolare per dare vita a discorsi precisi, che tuttavia devono nascere prima con il nostro pensiero. Si tratta degli elementi simbolici.

Questi vocaboli seguono inevitabilmente la grammatica delle tecniche fotografiche conosciute. Spesso tuttavia si cade nella trappola di lasciare che la tecnica domini completamente i nostri intenti espressivi: ecco che i nostri scatti saranno semplicemente esercizi di stile (magari anche utili).

Oppure, agli antipodi, si rischia di sentirsi così creativi da dimenticare che per poter parlare qualsiasi linguaggio è necessario conoscerne le basi.

Allora come si procede, a grandi linee, nella progettazione di un’immagine sulla base di un contenuto?

Prima di tutto dobbiamo appunto definire il messaggio che vogliamo emerga. Dobbiamo darci dei tag!

Un paesaggio particolarmente coinvolgente ci tocca e ci fa emozionare? Riflettiamo su cosa ci ispira. Calma e tranquillità? Forza della natura? Potenza e imponenza? Ecco i nostri tag, le nostre parole chiavi.Ci sono sicuramente simboli e situazioni simboliche che richiameranno inevitabilmente questo concetto. Non dobbiamo fare altro che compiere un’associazione tra simbolo e concetto. Sta alla nostra creatività decidere quale simbolo stia meglio con il nostro tag, per lo meno sul piano visivo.

Al concetto di calma e tranquillità, restando nel nostro esempio, non abbinerermo un mare agitato o dei rami piegati dal vento. Pittosto un soggetto in contemplazione, un mare piatto, un lago a specchio.

Ma questo è solo un banalissimo esempio. E’ divertente fare queste associazioni anche per gli oggetti stessi, lasciando che parlino all’interno di un contesto.

In questo caso le luci, lo sfondo e le pose del soggetto possono essere finalizzate al nostro scopo, rinforzando il significato. Una luce dolce e diffusa serve a dare delicatezza a un oggetto che debba esprimere dolcezza. Una luce dura e contrastata aiuta a esprimere drammaticità, forza, dualismo.

Ovviamente più lo scatto è povero di dettagli che distraggono l’osservatore, più viene resa giustizia al nostro messaggio.

Molti potranno obiettare che non tutte le nostre fotografie potranno essere progettate nei loro singoli contenuti. Certo! Niente è più prezioso della classica, magari tecnicamente insignificante, foto ricordo: per chi ha vissuto quel momento niente è più emotivamente importante. Tuttavia, qualche volta, è un ottimo esercizio pensare di dedicare un po’ di tempo in più alla PRE-PRODUZIONE, togliendone magari alla POST-PRODUZIONE. Una volta sperimentato il divertimento che si prova nel realizzare uno scatto progettato nei minimi dettagli, che esprima magari un concetto, un’emozione, un messaggi a noi caro, credo che nemmeno la classica foto ricordo potrà essere più la stessa.

Luce e Cervello. Il resto non conta.

Tutti i fotografi dovrebbero saperlo, la luce in fotografia è la Vita. L’unica cosa che permette di fare una foto è la luce, senza di essa non esisterebbe la fotografia.
Il Fotografo è il secondo elemento fondamentale della “catena” che porta ad una buona foto; tutto il resto conta veramente poco, non importa avere la reflex ultimo modello o le ottiche più costose e lussuose, se il fotografo non sa leggere la luce non otterrà nulla di spettacolare. Come diceva John Hedgecoe: “Attrezzatura e tecnica sono solo l’inizio. È il fotografo che conta più di tutto”.
Molti purtroppo non sono convinti di questo, o dicono di esserlo, ma poi si ostinano a spendere soldi per l’ultima reflex, quella col maggior controllo del rumore, la migliore raffica, l’ottica più luminosa, quella tropicalizzata…

Se qualcuno ancora non fosse convinto di ciò, consiglio di guardare il video che segue, realizzato da fotografi professionisti, che dimostrano come la Luce e il saperla gestire siano le cose davvero importanti nella fotografia.
Il Video è in inglese, ma quanto accade è molto chiaro anche per quelle persone che non masticano molto bene tale lingua

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The iPhone Fashion Shoot

Sul loro sito inoltre è possibile osservare e valutare gli scatti realizzati con il “telefono”.

http://fstoppers.com/iphone/

Trasportare l’attrezzatura

Arriva l’estate, arrivano le giornate dedicate alla fotografia e ai viaggi per le meritate ferie o vacanze.
Uno degli interrogativi maggiori è quello del trasporto dell’attrezzatura. Se facciamo parte di quei fotoamatori “evoluti” o professionisti, è facile che il nostro armadio sia colmo di filtri, lenti, ottiche, batterie, un paio di corpi macchina magari, prolunghe, flash e materiale vario.
Se invece facciamo parte di quelle persone che si stanno avvicinando al mondo della fotografia, avremo un corpo macchina e magari uno solo o due obiettivi. La domanda però è sempre la stessa… come trasportare in sicurezza il nostro materiale?
In vendita ci sono svariate soluzioni e un numero non ben precisato di marche alcune delle quali molto famose (e costose). Dalla mia esperienza e vi assicuro che di borse ne ho provate davvero tante, perché per me le borse, zaini o monospalla sono come le scarpe per le donne.. non sono mai abbastanza :D le borse e le marche bene o male si equivalgono. Alcune, a parità di dimensioni e capacità costano nettamente di più. La domanda è la solita: ne vale la pena? Non parlo naturalmente di borse specifiche dedicate alle condizioni climatiche estreme, quelle le lascio a chi davvero ne ha bisogno e a chi pensa siano indispensabili (le stesse persone che cercano i corpi tropicalizzati perché temono due gocce di pioggia). Cominciamo con il distinguere le tipologie:

Zaini

Gli zaini sono senz’altro i più comodi per chi deve muoversi molto a piedi. Il consiglio per chi deve acquistarne uno è quello di prenderlo sempre più grande di quanto sia realmente necessario: lo spazio “vuoto” tornerà comodissimo per un paio di panini, una bottiglia d’acqua, una giacca antivento e qualunque altro oggetto o materiale si voglia trasportare. Gli zaini hanno lo svantaggio di doverli sfilare per mettere via qualcosa o per cambiare ottica. Affiancare un marsupio capiente o una sacca da cintura ci consente di cambiare ottica senza dover toglierci lo zaino (o chiedere a qualcuno di farlo). Gli spallacci devono essere spessi e molto imbottiti. In molti casi gli zaini sono tanto capienti da contenere senza problemi anche 10kg di attrezzatura, ma se hanno spallacci sottili e poco imbottiti, ci “taglieranno” le spalle ben presto. La cintura in vita va sempre allacciata: allevia il peso delle spalle caricandolo sul bacino e mantiene lo zaino ben saldo alla schiena senza dondolii fastidiosi.
Il laccetto per il petto, torna comodo per fissare la fotocamera che abbiamo al collo: quando giro con lo zaino e un’ottica lunga collegata alla reflex, l’ottica la fisso con dei lacci elastici ad una spalla o alla cinghia per il petto. Si evitano i continui e a lungo andare fastidiosi dondolii del corpo macchina e ci consente di tenere le mani libere.
Lo zaino non deve esser necessariamente fotografico: un normalissimo zaino da trekking va benissimo: le ottiche potremo tenerle dentro custodie appositamente realizzate (magari usando quella gomma dei tappetini da palestra) o le custodie originali (ad esempio quelle vendute insieme agli obiettivi Sigma). Per accessori vari, si possono usare le tasche laterali o inserire il tutto in una busta a tenuta stagna per ulteriore sicurezza. Avremo la comodità di un vero zaino con schienale areato, spallacci nati per l’uso intensivo una completa “trasparenza” (non sembra uno zaino fotografico) e un costo decisamente inferiore rispetto agli zaini fotografici.

Borse corredo

Sono le classiche borse da spalla “vecchio stile” . Hanno l’innegabile vantaggio dell’immediatezza: in qualunque momento e in autonomia potremo cambiare ottica, prendere o mettere via accessori. Il lato negativo è che il peso è tutto concentrato su una spalla, sopportabile per carichi leggeri o brevi passeggiate, ma che diventa insopportabile al crescere del peso della borsa e della durata dell’uscita fotografica.
A me queste borse piacciono moltissimo proprio per la loro praticità e immediatezza, e una borsa di medie dimensioni come quella che uso io, ovvero capace di trasportare un corpo macchina e due o tre ottiche è più che sufficiente per passeggiate giornaliere o semplici uscite. Contando poi che il corpo macchina lo tengo al collo, alla fine la borsa contiene giusto un paio di ottiche e un po’ di materiale vario, come esposimetro, set per la pulizia delle lenti, qualche scheda aggiuntiva, un cartoncino grigio neutro…

Monospalla

I monospalla sono “l’ultima generazione” di zaini. Hanno il vantaggio di avere il peso sulle spalle, una discreta velocità (è sufficiente farli ruotare davanti per avere accesso alle tasche e al contenuto ma le dimensioni sono spesso limitate e paragonabili a quelle di una borsa corredo di medie dimensioni.

Considerazioni

Quando prendiamo in considerazione l’acquisto di una borsa o zaino per la nostra attrezzatura, dovremo valutare diversi fattori:
Capacità:
E’ importante che lo spazio a disposizione sia più che sufficiente per ciò che dobbiamo inserire. Il materiale non deve essere inserito a forza, ma deve entrare comodamente. Non facciamoci ingannare dalle dimensioni esterne delle borse, ma prendiamo in considerazione sempre e solamente quelle interne
Disposizione degli scomparti:
In alcuni casi, gli scomparti non sono personalizzabili, cosa che invece reputo molto importante. Avere la possibilità di modificare la forma degli scomparti grazie a divisori dotati di velcro, consente di personalizzare l’interno e ottimizzare di conseguenza lo spazio utilizzato.
Impermeabilizzazione:
Tutte le borse fotografiche e tutti gli zaini sono impermeabili; il materiale usato è nella stragrande maggioranza dei casi nylon balistico, molto robusto e resistente e naturalmente impermeabile. Alcune marche addirittura dotano gli zaini e le borse di protezioni aggiuntive (alcuni rendono addirittura gli zaini impermeabili e galleggianti) che sono sicuramente gradite ma non ritengo siano un fattore fondamentale per la scelta.
Per mantenere viva l’impermeabilizzazione è sufficiente acquistare quelle bombolette spray per impermeabilizzare le tende o le scarpe. Una o due spruzzate all’anno (soprattutto sulle cuciture) sono sufficienti.
Cinghie:
Sia le borse pronto che gli zaini devono avere cinghie per il trasporto robuste e imbottite (meglio ancora se antiscivolo). Sarebbe davvero ridicolo spendere tanti soldi per l’attrezzatura e affidarla ad un gancio della cinghia di trasporto di plastica o che ci ispira poca fiducia. (ma non fidarsi ciecamente nemmeno di quelle di metallo, parlo per esperienza)
Tasche a cerniera:
Trovo siano fondamentali: qualunque borsa o zaino deve avere delle tasche dotate di cerniera a zip: ci assicura di mantenere al sicuro il contenuto anche in caso di ribaltamento.

Consigli generali:
Abituiamoci a riempire la nostra borsa o zaino secondo sempre la solita logica:  usare lo stesso metodo ci consente di imparare la posizione degli oggetti nelle relative tasche e di velocizzare molto l’intervento (immaginiamo di dover recuperare al volo una batteria di emergenza, piuttosto che una scheda di memoria)

Valutiamo bene cosa trasportiamo perché saremo noi a trasportarlo. Un tempo mi caricavo come un mulo… ora valuto con attenzione cosa andrò a fotografare e mi comporto di conseguenza.

Portiamo sempre con noi un kit di pulizia: il mio kit da cui non mi separo mai è composto da due salviettine per pulire gli occhiali, un pennellino morbido per lenti, un pennellino con setole leggermente più rigide, uno spray per gli occhiali (che va benissimo anche per le lenti) il tutto dentro un sacchettino di plastica Cuki Gelo impermeabile.

Consigli anti-furto

Quando viaggiamo abituiamoci ad essere e comportarci in maniera trasparente: la borsa fotografica è sempre uno specchietto per le allodole per ladri e malintenzionati. Meno ci mostriamo fotografi più invisibili saremo, più siamo invisibili più riusciremo a fotografare l’ambiente così come ci circonda (pensiamo a Cartier Bresson).
Se ci spostiamo con l’auto, teniamo la borsa fotografica in terra, dietro il sedile del guidatore e non sul sedile. Se dobbiamo proprio appoggiarla sul sedile, leghiamola con la cintura di sicurezza: eviterà lo scippo al volo con rottura del finestrino dal motorino di turno mentre siamo fermi al semaforo.
Se dobbiamo per forza lasciare il corredo in auto, inseriamolo nel bagagliaio prima di giungere a destinazione. Mai, e ripeto Mai posteggiare l’auto, scendere con la borsa fotografica, metterla nel bagagliaio, chiudere l’auto e andarcene. E’ la prima regola da imparare a memoria. Se sappiamo che dovremo “abbandonare” la nostra attrezzatura fermiamoci prima di giungere a destinazione in una piazzola di sosta e spostiamola prima di posteggiare.
Se ci fermiamo a bere in un locale, prendiamo l’abitudine di sederci infilando una gamba della sedia nella cinghia o in uno spallaccio della zaino: eviterà il furto mentre siamo distratti.
Togliamo l’etichetta della marca dallo zaino o dalla borsa: è inutile avere uno zaino tutto nero che pare un normalissimo zainetto e poi avere un logo “Tamrac” in bella mostra.
Non dimentichiamoci che se ci vestiamo e sembriamo dei professionisti, sarà più difficile ottenere foto dalla gente comune che non come semplici “turisti”.

Guardare e Vedere

Voglio riproporre qui una riflessione scritta qualche tempo fa, in vista di prossimi aggiornamenti e ulteriori suggerimenti

Fare fotografia significa cogliere un istante e fermarlo “per sempre”.
Come e quale istante cogliere è il compito del fotografo, un compito spesso difficile che necessita di capacità tecniche (saper usare una fotocamera) e soprattutto “avere occhio”.
Non basta limitarsi a guardare in giro, occorre sapere come guardare, cosa guardare: occorre imparare a vedere (e come in tutte le cose, un pizzico di fortuna).

guardare
Volgere lo sguardo su qualcuno o qualcosa con l’intenzione di vedere

Il primo passo per poter vedere il mondo con occhi diversi, consiste nel riuscire a liberare la mente dai pensieri e vicissitudini che circondano il nostro quotidiano.
Pensare al lavoro, ai figli, alla casa, non aiuta a concentrarsi su ciò che si sta guardando per andare oltre, per permetterci di vedere.
Occorre quindi imparare a concentrarsi, a rilassarsi e lasciarsi andare alle emozioni, a vivere come bambini, che se vedono il nonno librarsi nell’aria gridano meravigliati: “il nonno volaaa!!!” e non corrono a chiamare il CICAP o un’esorcista.

Il mondo in cui viviamo certo non aiuta la concentrazione, siamo costantemente circondati da messaggi pubblicitari, frenesia, televisioni accese, telefonini super tecnologici, rumori, stereo ad alto volume, auto e moto che sfrecciano a velocità folli; tutti intenti ad arrivare “prima”.
Gli uomini in questo sono leggermente avvantaggiati: hanno la vista a tunnel (a quanti è capitato di guardare in frigorifero alla ricerca disperata dello yogurt senza vederlo?) e l’incapacità di fare più cose contemporaneamente (a quanti è capitato di abbassare lo stereo in macchina quando si sta cercando una via o un numero civico?).
La vista a tunnel permette di concentrarci su singoli soggetti senza esser influenzati dalle distrazioni (e facilita la concentrazione alla guida). Il fatto di non sapere fare più cose contemporaneamente (salvo certo casi rari ma presenti) ci permette o di passare ore a rimuginare o di dedicarci interamente a ciò che stiamo facendo senza accorgerci che il bagno si sta allagando.
La vista femminile invece è più grandangolare, frutto di esperienza secolare nel badare alla casa e seguire i figli contemporaneamente. Permette di scorgere particolari che noi uomini spesso trascuriamo (come trovare lo yogurt nel frigorifero prima ancora che lo sportello sia completamente aperto e a beccarci al volo quando guardiamo le curve della bionda che incrociamo quando siamo in loro compagnia)
Un altro fattore che non ci aiuta a vedere, sono le etichette. Etichettiamo il mondo intero. Se pensiamo al celeberrimo gioco del Lego, tutti immediatamente pensano ai mattoncini colorati. Ma quanti sanno esattamente come sono fatti, oppure associano al Lego una costruzione anziché il singolo mattoncino? Noi cataloghiamo qualunque cosa, per sopravvivere dobbiamo dare un nome ad ogni singolo oggetto che ci circonda.
Se pensiamo ad un foglio A4, tutti lo immaginiamo bianco e vuoto. Si ma quale bianco? e perché proprio vuoto? In quanti hanno pensato ad una lettera ricevuta o ad un foglio pasticciato dal figlio?
Per vedere, occorre conoscere una cosa, dimenticarsene e riscoprirla. Averla tra le mani, osservarla da altre angolazioni, altra luce, avvicinarla tanto da sfuocarla od osservarla con gli occhi socchiusi, ci aiuta a vederla davvero e ogni volta cercando qualcosa che sia differente dalla nostra immagine mentale che abbiamo di quell’oggetto, salvato nel nostro cervello tramite un’etichetta: il nome.
A tal proposito Monet, il celebre pittore impressionista disse:
per imparare a vedere, dobbiamo dimenticarci il nome delle cose che stiamo guardando
Ci sono momenti in cui siamo in grado di vedere automaticamente: a quanti è capitato di restare assenti da casa per un lungo periodo, e quando si torna, per qualche istante, osserviamo la nostra abitazione con occhi diversi, come se fosse sconosciuta. Abbiamo perso la familiarità che avevamo con essa e siamo tornati ad osservarne i particolari, a vedere gli oggetti, i soprammobili che magari sono in quella posizione da mesi, anni, e che non avevamo “mai visto”.
Viaggiare, visitare posti nuovi ci aiuta a scoprire cose nuove; spesso portiamo a casa le foto migliori proprio quando siamo lontani dal nostro quotidiano.
Ci siamo mai domandati il perché?
L’abilità di vedere, non deve aumentare con la distanza da casa nostra: se non riusciamo a vedere seriamente da casa, come pensiamo di poterlo fare in maniera approfondita quando ne siamo lontani?

La fotocamra, il mezzo che usiamo per fermare l’istante, non ci aiuta nel vedere: è oggettiva, non soggettiva. Se noi notiamo un particolare, la fotocamera lo registrerà nel suo insieme che potrà apparire scialbo e senza significato.
Il primo passo in questo caso è la padronanza del mezzo: occorre sapere usare la propria fotocamera e per saperla usare intendo sapere come fare per ottenere quello che stiamo osservando come lo stiamo vedendo noi.

…continua

Salviamo le nostre fotografie: Il Backup

Sono sempre stato abbastanza avverso al rischio: su certe questioni preferisco avere le spalle coperte e tutelarmi preferendo evitare di “versare il latte” per poi piangere.

Ricordo che tempo fa da qualche parte lessi una frase, un aforisma se vogliamo, che mi fece molto riflettere:

“la differenza tra il fotografo analogico e quello digitale, consiste che quest’ultimo o ha già perso tutte le sue
fotografie o le perderà”.

Chi oggigiorno fotografa ancora usando negativi o diapositive, ovvero in analogico, nella maggioranza dei casi terrà i negativi nelle buste trasparenti o semitrasparenti in cui sono state infilate dallo sviluppatore e salvo qualche rara duplicazione, lì resteranno.
Quasi sicuramente tali buste verranno inserite in una scatola di cartone e lasciata per anni in qualche mobile.
Le diapositive invece, lasciate nei loro contenitori di plastica e anche loro in qualche armadio. E’ questa la procedura ideale per il mantenimento di negativi o diapositive? Cosa può accadere per evitare di perderle?
Senza prendere in considerazione un incendio, ovvero la situazione peggiore in assoluto, dove certamente le nostre fotografie hanno il valore minimo rispetto a quanto realmente si è perso, tale metodo può ritenersi comunque valido. L’importante è che negativi e diapositive siano conservati al buio, in una zona non troppo calda e possibilmente senza eccessivo contatto con l’aria.
Vendono ottimi raccoglitori per negativi e diapositive, con plastiche contenenti acidi in bassa quantità e garantiti per evitare che con gli anni  i negativi si macchino o si velino ma sostanzialmente qui terminano le operazioni di salvaguardia per chi scatta in analogico.

Ma per chi scatta in digitale?
I computer in generale sono oggetti poco affidabili. Gli hard disk che contengono le nostre fotografie ancora meno. Non c’è marca che tenga, è questione di tempo di utilizzo e di dati statistici. Prima o poi un hard disk si rompe. Con l’aggiunta che non sappiamo quando ciò accadrà. Potrebbe accadere dopo poche ore di vita, o dopo lunghi anni di onorato servizio. Ma prima o poi capiterà, dobbiamo farcene un’idea. Cosa possiamo fare dunque per evitare che le nostre fotografie vadano perse per sempre? Non pensiamo al fatto che esistono società di recupero dati, i costi che dovremmo sostenere vanno ben al di là di quanto spenderemmo usando tutti gli accorgimenti che andrò ad elencare contemporaneamente. Queste società sono costose perché il recupero dati da un Hard Disk guasto è un’operazione delicata e che va fatta in condizioni particolari (camere a tenuta stagna con apparati decisamente costosi). Lasciamo quindi il recupero dati ai grandi dirigenti di società importanti.

Nel nostro piccolo, la prima cosa che possiamo fare è acquistare un altro Hard Disk. I prezzi per GB ormai sono tanto bassi, che possiamo acquistare dischi da 1TB (1000 GB) a meno di 100 euro. Possiamo collegarlo al nostro computer e usarlo esclusivamente per copiarci (ho detto copiarci, non spostare) le nostre fotografie quotidianamente. Esistono moltissimi strumenti che lo possono fare in automatico, compiendo per noi la procedura di Backup. Se avete Mac, consiglio caldamente Time Machine: lo uso da anni e ormai mi dimentico di averlo. Time Machine ogni ora salva tutti i file che sente modificati dal mio hard disk principale, copiandoli in un hard disk dedicato collegato via USB. Per windows esistono tanti programmi, alcuni free, altri a pagamento, altri ancora integrati nel sistema operativo, come Backup di Microsoft integrato in Windows XP ad esempio.
Però, perché c’è un però, anche in questo caso non siamo sicuri: se dovesse esserci uno sbalzo di corrente, non dimentichiamoci che l’hard disk di backup è alimentato tanto quanto l’Hard disk principale, in altri termini potrebbero rompersi entrambi contemporaneamente. E’ sfiga lo so, ma è una possibilità. Per aumentare la sicurezza, potremmo collegare al computer e alimentare l’hard disk di backup solo quando dobbiamo fare un nuovo backup e, una volta terminato, possiamo spegnerlo, scollegarlo e metterlo in un armadio. Così facendo, il disco stesso si usurerebbe meno, allungandone la vita teorica. Già questa operazione consentirebbe una certa sicurezza, l’importante è ricordarsi di collegare il disco ogni volta è necessario fare un salvataggio dati.
Un ulteriore livello di sicurezza, consiste nell’acquistare 2 hard disk di backup, uno usarlo costantemente, l’altro magari facendo un backup generale alla settimana, o al mese, e tenerlo in un luogo diverso dal primo. L’ideale sarebbe in un altro appartamento, a casa di familiari o in ufficio se possibile. Esistono infine servizi di backup online: a seguito di abbonamenti che generalmente sono a scadenza annuale, abbiamo uno spazio su server remoti che ci garantiscono sicurezza (le connessioni e in alcuni casi gli spazi su disco sono criptate, sono sistemi che a loro volta effettuano dei backup costanti) e spazi in abbondanza. Di contro però c’è il fatto che dobbiamo occupare la nostra banda per fare l’upload dei nostri dati su questi server, e quando abbiamo diversi GB di fotografie, i tempi per fare i backup salgono vorticosamente arrivando a impiegare anche settimane di connessione ininterrotta a internet (e ovviamente Mac/pc acceso) prima di terminare un backup.

Qualche riferimento:

Backup per Sistemi Mac:
Time Machine, vivamente consigliato e incluso in OS-X

Backup per Sistemi Windows:
Backup di Microsoft,
Acronis True Image (50€ circa),
gli stessi programmi di backup spesso contenuti negli Hard Disk in vendita,
Cobian Backup (free con donazione)
E molti altri cercando con google “software backup”

Backup Online:
Carbonite (55$ circa all’anno, spazio illimitato)
IDrive (15 $ mese circa per 500GB)
E molti altri cercando con google: “backup online”

Come abbiamo visto, di soluzioni per tutelarci ce ne sono e non sono poche. Sono anche per tutte le tasche e per ogni livello di paranoia. La domanda che dobbiamo porci prima di pensare al costo di un Hard Disk o di un servizio di Backup online è: “quanto valgono per me le mie fotografie?” Se la risposta è “nulla” allora non serve spendere altri soldi. Ma se il valore è elevato, allora sicuramente vale la pena investire dei soldi per dormire sonni tranquilli.

La fotocamera in regalo, riflessioni

Natale è appena passato e sicuramente c’è chi, tra altri regali, ha ricevuto una fotocamera o come unico regalo ha chiesto una reflex, magari da chi in passato ha usato una compatta o non ha mai fotografato in vita sua.

Chi proviene da una reflex a pellicola, in molti casi avrà già un parco ottico, una conoscenza generale della fotografia, di cosa sia una composizione….

Chi invece si è appena avvicinato alla fotografia, cosa fare? Ci si ritrova tra le mani un oggetto più o meno pesante e sicuramente molto costoso. Si comincerà a scattare a qualunque cosa ci circonda, provando il flash, zoom, la raffica…. Poi dopo qualche giorno di euforia in moltissimi casi la reflex finirà in un armadio, in attesa che le vacanze o le ferie giungano presto.

In pochi casi invece si ha già frequentato o si frequenta un forum, dove abbiamo attinto informazioni riguardo quale reflex acquistare, marca, modello, se prenderla in kit e quindi con il suo obiettivo standard in dotazione oppure associare un’altra ottica più “tuttofare”.

In moltissimi casi l’acquisto della prima reflex è frutto di un processo di assimilazione, almeno per quanto riguarda il marchio.
Personalmente quando comprai la mia prima reflex digitale avevo due reflex a pellicola Canon e così scelsi quella marca. Chi aveva in famiglia qualcuno con Nikon avrebbe acquistato Nikon. Chi è legato alle Olympus, chi alle Minolta (ora Sony). La marca non ha assolutamente valore in questo caso. Abbiamo in mano la nostra prima reflex e desideriamo ardentemente diventare fotografi come Ansel Adams, Robert Capa o Berengo o ancora bravi come quelli che fanno i calendari Pirelli o quelli di cui si sente tanto parlare alla televisione durante i telegiornali.

Quanto sopra sarebbe già un passo avanti: in molti comprano una reflex perché ormai darsi del “fotografo” è facile. Col digitale chiunque può comprarsi o farsi regalare una reflex e darci dentro con fotografie che non hanno alcun senso e significato ma giusto per poter postare su un forum o un blog: “guarda questa l’ho fatta con la nuova Canikon Super 18 multiplastimegapixel”.
Un tempo, quando il digitale non c’era, allora sì che chi fotografava era un vero appassionato: perché la pellicola costava (e costa), lo sviluppo e la stampa costava (e costa) e poi diciamolo, era uno sbattimento; e attento al rullino, e porta il rullino, e tieni da parte i negativi perché la zia vuole la copia della foto del nipotino e che magari quando uscivi dal negozio ti ritrovavi 20 fotografie tutte mosse.

Un tempo chi fotografava si poteva dividere in 3 categorie:
-Chi fotografava per mestiere.
-Chi teneva la reflex nell’armadio fino ai compleanni, cresime, cerimonie, feste, ferie, vacanze al mare e usava i rullini che il laboratorio regalava ad ogni sviluppo e stampa.
-Chi fotografava per passione, che andava in giro con la sua piccola reflex  anche quando non era in ferie e teneva i rullini in bianco e nero più preziosi in frigorifero accanto alle melanzane.

Oggi tutti possono avere una reflex e cominciare a far foto praticamente a costo zero (se non contiamo il costo iniziale della reflex stessa). Il problema è che con la mentalità attuale, ci si monta la testa troppo presto, e quando sia la mamma che la moglie e la cugina guardando una banalissima foto di un fiore presa con un 35mm a 2 metri di distanza esclamano: “che bellaaaa”,
subito ci si crede fotografi. I problemi vengono dopo, quando ci si confronta con chi di fotografia ne capisce, non tanto perché è un genio, ma solo perché ha più esperienza, ha visto decine di migliaia di fotografie e ne ha scattate migliaia, si è confrontato, ha pubblicato, ha scritto di fotografia e magari ha anche realmente un “occhio particolare” che rende ogni sua foto un qualcosa in più.
Cosa fare quindi per sfruttare veramente la reflex che si ha tra le mani?

1. imparare a memoria il manuale di istruzioni.
Le reflex di oggi sono complessissime. Un tempo avevi una ghiera dei diaframmi e una dei tempi. Se guardando dentro al mirino la stanghetta era nel cerchietto, allora potevi fare click.
Finito. Facilissimo.
Oggi ogni reflex di ogni marca è un concentrato di funzioni inutili che creano in moltissimi casi solo confusione e nel restante dei casi rimangono inutilizzate. Ma, come sanno i produttori, fanno vendere perché così come chi ha il SUV più grosso è figo (o si crede tale per compensare altre piccolezze), così chi ha la reflex di ultimissimo modello con tanto di sistema antipioggia (un pulsante che fa cambiare realmente il tempo metereologico) si sente più fotografo di quello che ha la reflex digitale di prima generazione. (ma la cosa triste è che in molti ci credono anche…)
Quindi, tornando ai consigli, imparare a memoria il manuale di istruzioni è fondamentale. Permette di essere più veloci, di non perdere tempo a cercare funzioni particolari che magari in quella tal occasione tornava comoda. Dovete sapere usare la vostra fotocamera perfettamente anche ad occhi chiusi.

2. ponetevi domande: cosa fotografo e soprattutto, perché?
Potete fare migliaia di fotografie senza che ce ne sia una sola interessante.  Nella fotografia, oltre alla fotocamera serve un’altra cosa indispensabile: qualcosa da dire, da mostrare.

3. Leggete.
Non certo la gazzetta dello sport. Quello è un giornale per chi vive solo di calcio e con l’unico scopo di farvi venire le dita nere di petrolio. Leggete, ma soprattutto guardate, libri di fotografie.
Ce ne sono decine di centinaia in commercio, moltissimi dei quali tutti uguali. Andate nelle librerie della vostra città e sfogliateli, leggetene delle parti prima di acquistarli. Non esiste “Il Libro” che vi darà tutte le risposte che cercate, ogni libro vi darà un suggerimento, sta a voi coglierlo e unirli per creare un bagaglio culturale e tecnico che vi permette di migliorare il vostro modo di fotografare.

4. Andate alle mostre di fotografia.
Ma andateci veramente. Anche se il biglietto di ingresso vi costa come una pizza, anche se sembra una roba da sfigati. Fa bene alla mente e alla fantasia osservare e studiare le fotografie di chi è arrivato al punto da poter esporre i propri scatti in una mostra o museo.
Cercate di capire cosa vi colpisce, positivamente o negativamente. Domandatevi il perché una foto vi piace o al contrario non vi dice nulla. Se non vi dice nulla è perché non esprime nulla o perché non riuscite a cogliere cosa sia quel nulla che a voi appare? E se non esprime nulla, non è che era proprio quello l’intento del fotografo che quindi è riuscito pienamente?

5. Le riviste.
Un tempo acquistavo praticamente ogni rivista di fotografia che c’era in commercio. Ora acquisto solo ed esclusivamente Zoom.
Le riviste sono sostanzialmente tutte uguali: fanno i soliti test inutili che si possono trovare tranquillamente anche su internet e gratuitamente. Contengono un sacco di pubblicità…
Zoom invece è una rivista che contiene solo ed esclusivamente fotografie e interviste ai fotografi delle opere che compaiono all’interno. Si possono scoprire autori molto interessanti.
Se proprio non potete farne a meno, compratele, male non fanno. di “Tutti Fotografi” mi piaceva il modo in cui un redattore se non ricordo male, commentava delle foto a tema dei lettori. Molto diretto, veritiero e senza peli sulla lingua.

6. non copiate
Molti commettono l’errore di fare propria una tecnica che caratterizza un fotografo: ammiro i ritratti di Andrzej Dragan e dico: “che meraviglia, voglio fotografare come lui!”
No! Quello è il Suo modo di fotografare, tu ti limiteresti a copiare (male) l’opera di un altro
e ti assicuro che col tempo ti stuferai. Il concetto di crearsi un proprio stile, è estremamente complesso. Non esiste il porsi la domanda: “che stile mi invento?”. Lo stile è una cosa che viene col tempo, non si improvvisa, non si inventa: lo si costruisce. Quando le persone, vedendo una fotografia, riusciranno a capire senza sapere l’autore che quella foto l’hai fatta tu, allora ti sarai creato uno stile senza rendertene conto. Ci voglio anni e anni.

7. siate umili
Fate vedere le vostre fotografie a chi ne capisce di più. Iscrivetevi a forum come diFotoParlate
o ad altri forum in cui si parla di fotografia e non di macchine fotografiche. Se avete comprato una Nikon o un Canon, non chiudetevi nel mondo dei club dei Canonisti o dei Nikonisti perché vi chiudereste in un mondo ottuso e ignorante di ciò che c’è al di fuori: del fatto che non è la marca della reflex che fa il fotografo. Rendetevi quindi disponibili al dialogo, alla discussione, con la certezza di trovare qualcuno che ricoprirà di commenti negativi la vostra fotografia, che non l’apprezzerà e qualcun altro più maleducato vi ridicolizzerà con battute ironiche della serie: “anche mia nonna poteva scattarla”. Siate umili e accogliete ogni tipo di commento, cercando di assorbire ogni parola per capire cosa (se c’é) non va nella vostra fotografia.

8. datevi obiettivi
In moltissimi casi ci si ritrova a fotografare ovunque e di tutto. Datevi degli obiettivi, degli scopi, dei temi: realizzate un progetto vostro, che vi piace: se vi piacciono i portoni delle case, quelli fatti di legno, cominciate a fotografarli, andate in giro per la vostra città con l’unico scopo di fotografare i portoni delle case. Inventatevi un progetto ma ricordate di portarlo avanti.

9. non abbiate paura
La reflex, così come ogni fotocamera, è un oggetto e come tale va usato.
Non preoccupatevi per il fatto che si possa graffiare o rovinare. Usatela. E’ come quando comprate l’auto nuova. La trattate con tutta la delicatezza del mondo, poi andate al supermercato e qualcuno vi ha “gentilmente” segnato la vostra portiera spalancando la sua.
La fotocamera è fatta per essere usata. Non abbiate paura di usarla se piove, finché non diluvia in maniera incredibile non succede nulla, se c’è polvere, cercate di limitare il cambio delle ottiche e magari montate un bel filtro UV davanti per proteggere la lente frontale. Se volete fare un po’ di fotografia di strada tenendo la fotocamera nella custodia, potete anche tornare a casa. La fotografia di strada si fa con la fotocamera al collo o in mano pronti allo scatto.
Non vergognatevi di avere una reflex al collo, nel 95% percento dei casi nessuno vi noterà. Se andate a Londra in questi periodi invece, lasciate la reflex a casa.

10. poco è meglio
Poco è meglio in moltissime circostanze: non esagerate con l’attrezzatura e ficcatevi in testa che non è la reflex o l’obiettivo di serie lusso a fare la foto migliore. Non portatevi dietro tutta la vostra attrezzatura ad ogni uscita fotografica: portatevi solo il necessario, per ovviare allo zoom lasciato a casa, usate i vostri piedi ed avvicinatevi al soggetto.

11. pensate
E’ una cosa che molti pochi fanno ormai, convinti che scattando 100 foto dello stesso soggetto, una foto buona verrà fuori. Se anziché scattare 100 foto in un minuto, vi fermate un minuto a pensare guardando nel mirino il soggetto, la luce, la composizione e scattate 1 sola foto, avrete più soddisfazione. Ricordatevi che un cecchino è molto più pericoloso di uno con la mitragliatrice. Quindi fermatevi, pensate e dopo eventualmente scattate.

12. siate voi i primi giudici
Se volete mostrare le vostre foto al pubblico, mostrate solo le fotografie migliori. Non esiste e non deve esistere il mostrare una foto mossa e dire: “eh volevo vedere te fare quella foto dalla bici in movimento”. Frena e scendi! O non postare la fotografia! Se una foto poteva essere migliore e ve ne siete accorti, non postatela, non pubblicatela. Cestinatela e basta!. Usatela come esempio per correggervi in futuro! Come diceva Oscar Wilde, “A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio!” Quindi le foto mosse, brutte, inutili, superflue, tenetevele per voi.

Buona Luce.

Holga, un mondo di plastica?

Lomo Holga 120CFN

Lomo Holga 120CFN

Forse ne hanno sentito parlare tutti, ma sono pochi quelli che le utilizzano e i professionisti che ne fanno un uso abituale forse si contano sulle dita di una mano.
Sto parlando delle Holga, le macchine fotografiche dette anche Toy Camera (fotocamera giocattolo, che di giocattolo non ne ha il prezzo) prodotte in economia per il mercato cinese ed esportate ovunque.
La Holga classica, è un medioformato a pellicola, con una singola lente fissa (in plastica a parte alcuni modelli) da 60mm e due aperture: “Sole” (f/11) e “Nuvoloso” (f/8). La messa a fuoco è spannometrica: occorre ruotare l’ottica facendo combaciare la tacca con la distanza indicata: 1m, 2m, 6m, 10m a infinito. La lente di plastica “regala” bellissime vignettature, aberrazioni cromatiche, sfuocature….
Il tasto di scatto è indipendente dal caricamento della pellicola, quindi è possibile fare esposizioni multiple anche involontariamente (quando si dimentica di caricare la pellicola) e tramite apposito tastino è possibile scattare in modalità Blub.
La fotocamera è interamente costruita in plastica, non ha alcun tipo di guarnizioni o spugne per evitare che la luce penetri nel corpo con varie velature e sbaffi nella pellicola, tanto che viene venduta con del nastro isolante nero da mettere attorno al vano pellicola per evitare le infiltrazioni di luce.
Il modello che si trova in commercio ora, la Holga 120CFN  è dotata di flash, un flash ovviamente poco potente, ma è colorato e di 4 colori: il giallo, il rosso, blu e ovviamente il classico lampo bianco che tutti si aspettano. Per selezionare il colore è sufficiente ruotare l’apposita ghiera posta in cima alla fotocamera.
Ha 2 pile stilo (le classiche AA) ma servono solo per alimentare il flash, quindi se si scaricano o non si vuole usare il flash, si può scattare comunque. Ma occorre ricordarsi di fissare bene le pile
negli appositi alloggiamenti altrimenti al primo colpo cominceranno a vagare all’interno della Holga.
La Holga attualmente viene venduta a 65€ in una scatola che contiene, oltre la fotocamera una cinghietta portacamera, il manuale d’uso, del nastro adesivo nero, un rullino 120, il telaietto 6×6 per sostituire quello standard rettangolare 6×4,5 e il libro “World through a Plastic Lens” che contiene davvero tanti spunti e modifiche per la Holga.

Sul Ticino con la Holga

Sul Ticino con la mia Holga

Ora, considerando che: la fotocamera è un costoso giocattolo, l’ottica è pessima, la luminosità molto scarsa (consigliati 400ISO per foto in esterno e almeno 800 per interni), la definizione
quasi inesistente, l’evidente vignettatura, le infiltrazioni di luce nel corpo, la messa a fuoco imprecisa, le pile che vanno fissate perché altrimenti escono dalle proprie sedi, il rischio di
esporre più volte la pellicola, la scarsa autonomia (con una pellicola 120 e telaio 6×6 inserito, si possono fare 12 fotografie) che senso ha averla?

Credo che per dare un senso al suo possesso occorra fare prima una piccola premessa:
Chi è appassionato di fotografia, spesso si ritrova a parlare di definizione, di nitidezza e dettaglio. Valutiamo le fotocamere in base
alle loro caratteristiche tecnologiche, alla loro velocità, precisione, comodità d’uso e numero dei megapixel se si tratta di digitali.
Ci troviamo quindi tra le mani dei prodotti finiti che per funzionare a dovere e regalare fotografie interessanti necessitano solo dello studio del manuale della fotocamera e di basilari regole di composizione da parte del possessore. Con questo tipo di fotocamere, è difficile sperimentare nel vero senso della parola. Moltissime delle reflex digitali in vendita non consentono nemmeno l’esposizione multipla.
Molti sostengono che nel mondo del digitale, la vera sperimentazione si fa solo in Camera Chiara ovvero con l’uso di Software per l’elaborazione digitale delle fotografie come il celeberrimo Photoshop o Gimp.
Ritengo però sia difficile ottenere risultati interessanti se alla sperimentazione ci si avvicina solo in modo casuale, ovvero provando a caso impostazioni, filtri e regolazioni dei software osservando cosa accade in attesa di un risultato interessante.
Trovo che la Holga permetta di avvicinarsi alla sperimentazione fotografica direttamente dalla fotocamera. E’ una fotocamera di plastica, che si può smontare, adattare, modificare a proprio gusto e piacimento. Al posto della pellicola 120 è possibile con banali modifiche inserire un normale rullino 35mm ed esporlo fino alla dentellatura:

Holga e rullino 35mm dal sito www.lomography.it

Holga e rullino 35mm dal sito www.lomography.it

I filtri colorati del flash consentono sperimentazioni interessanti sui colori, così come le esposizioni multiple.
In questa fotografia, ho usato il flash della Holga per fare 3 lampi (uno blu, uno giallo e uno rosso) mentre la mia reflex era in modalità bulb:

Fumo incenso e flash Holga

Fumo incenso e flash Holga

La Holga è ideale, grazie alla sua lente in plastica, per lo studio dei colori forti, delle dominanti, dello sviluppo di pellicola in cross-process, ovvero sviluppare la pellicola diapositiva (E6) con gli acidi per la negativa (C41) che donano alle foto colori estremamente saturi e piuttosto acidi e ottime se usate con pellicole scadute.
Le fotografie che la Holga regala sono sempre imprevedibili, dai contorni poco definiti, quasi eteree per certi versi, ottima per lo street e il ritratto diverso dal solito.
Molti non hanno idea di cosa siano i “fantasmi”, ovvero quegli sbaffi luminosi nelle fotografie quando la luce filtra nel corpo macchina. Con la Holga si possono avere o  eliminare usando il nastro isolante nero per bloccare le infiltrazioni di luce. 65 euro per una fotocamera del genere possono sembrare tanti, ma su ebay si possono trovare a cifre per ogni gusto….
E’ possibile quindi che i suoi punti di forza siano proprio le sue debolezze? Assolutamente sì. I suoi difetti sono ricercati da chi cerca una “fotografia diversa” fuori dagli schemi comuni, ideale per persone a cui piace giocare, sperimentare, modificare e personalizzare fisicamente la propria fotocamera. Assolutamente sconsigliata a chi ama velocità, precisione, certezza del risultato.

Le Holga, come molte altre fotocamere insolite (come le Action Sampler che fanno 4 foto in una usando 4 ottiche diverse o la Holga in formato 35mm) sono in vendita da:

Lomographic Society Italia
c/o Uki Yo s.r.l.
Via Marsala 29
21013 Gallarate (VA)
tel +39 0331 701234
fax +39 0331 777568

e naturalmente sul loro sito internet: http://www.lomoshop.it/

Un anno è trascorso per Cristina

Passeggiando nel Parco del Ticino

Passeggiando nel Parco del Ticino

E’ inevitabile ammettere che nella vita si incontrino persone che in qualche modo segnano e influenzano i nostri modi di vedere e di percepire alcuni aspetti della nostra quotidianità.

Non so se le visioni possano essere affini per motivi genetici o se si avvicinino per influenza reciproca.

Ho sempre creduto di non essere creativa, e ne sono convinta tutt’ora. Se la creatività è qualcosa di innato, io ne sono sprovvista. Ma credo fermamente che ci si possa impadronire di linguaggi e sfruttarli al meglio per esprimersi.
Così quando Giorgio ci parlò del progetto di un forum che parlasse più del potere espressivo della fotografia, che di ciò che la rende possibile, saltai sulla barca senza nemmeno pensarci.

Il forum ha quasi un anno ormai. Gli utenti sono pochi e a volte la discussione langue.
Ma sono venute fuori ottime proposte di lavoro e diversi scatti interessanti.
Dobbiamo forse arrenderci al fatto di trovarci in un ambito in cui la fotografia è determinata da chi confonde il mezzo con il fine? Da chi fa del progresso digitale un punto di arrivo e non un una potenza espressiva?
No, Noi non ci arrendiamo.
Se anche solo un utente sarà in qualche modo orientato grazie a DFP e al confronto che qui può crearsi, allora non avremo avuto la testa dura per nulla.

Benvenuti,dunque, sul blog di difotoparlate.
Questo blog ha lo scopo di rendere più vive le discussioni con articoli e immagini scelti da noi.
Grazie al blog sosterremo il forum e segnaleremo le principali sezioni.
Sarà un modo per focalizzare alcuni argomenti e evidenziarne altri.
Sentitevi liberi di esprimervi.

Cristina

Un anno è trascorso per Esp

www.difotoparlate.com ha compiuto un anno, un anno e 14 giorni per la precisazione, ma un anno circa da quando è diventato pubblico e aperto a tutti.
Da parecchio tempo frequentavo diversi Forum ma mi ero stancato di sentire persone interessate solo alla qualità degli obiettivi o alla velocità delle reflex ultimo modello.
La fotografia digitale ha reso “fotografi” tantissime persone, aumentando il bacino di appassionati in maniera spropositata. Moltissimi però erano e sono più legati al “gioco tecnologico” più che al concetto di Fare Fotografia. Per Fare Fotografia non serve una super reflex da 3.000 euro o le ottiche bianche o zaini costosi. Volendo fare fotografia, è sufficiente una scatola di fiammiferi, un paio di rullini da 100 iso e un po’ di nastro isolante nero. Si può fare fotografia con qualunque cosa, dagli scanner alle scatole
da scarpe, dalle compattine alle usa e getta. L’importante è avere qualcosa da dire, da mostrare, che abbia un senso. Non serve scattare a raffica per vantarsi di aver fatto con la propria macchina 30.000 scatti, così come le telenovela o i vari grandi fratelli durano decenni ma non dicono assolutamente nulla.
Gianni Berengo Gardin ai suoi allievi dice sempre: “prima pensa per due ore, dopo eventualmente scatta”.
La fotografia è riflessione, è indagine, è curiosità, comunicazione, passione. Necessita del tempo, dello studio, della voglia di imparare, di mettersi alla prova, di mostrare agli altri i propri scatti sapendo che agli inizi riceveranno dei commenti negativi o verranno ignorate.
Ci siamo passati tutti ed è lo scotto da pagare per poter migliorare se stessi.
Questo forum è nato per chi voleva prendersi il tempo per poter commentare una fotografia, senza fretta, senza l’inutile commento “bella” che nulla aggiunge alla foto.

Si sapeva che sarebbe stato un forum di nicchia, vuoi perché alcuni iscritti stavano sulle balle ad altri, vuoi perché altri hanno paura di allontanarsi da altri ancora, vuoi perché di forum ne è pieno il mondo.
Un anno fa questo forum aveva 100 visitatori al mese… Oggi 100 visitatori li ha in un giorno.
Significa che c’è chi lo segue, c’è chi se ne è appassionato, vuoi per la semplicità, vuoi per l’assenza di pubblicità (che in effetti in molti casi è davvero troppo invasiva e fastidiosa) vuoi per lo scopo per cui
è nato: parlare di fotografia e di foto che parlano, che dicono qualcosa, che comunicano.
In un anno come si suol dire, ne è passata di acqua sotto i ponti, in altri termini ci sono state persone che sono venute e se ne sono andate, ci sono stati tanti iscritti ma pochi veri partecipanti.
Un celeberrimo detto dice: “meglio pochi ma buoni”. A me non interessa che ci siano migliaia di utenti,
mi interessa che quei pochi che ci sono si trovino bene, che abbiano spazio per imparare e insegnare a chi ne sa meno. Mi interessa che partecipino, che si divertano e se un domani le persone aumenteranno, tanto meglio.
Un po’ di idee in testa ci sono… andiamo avanti!
Per ora grazie a Voi che avete permesso a dFP di compiere il primo anno di vita (nella speranza ovviamente che non sia l’ultimo!)