E’ bene dirlo subito: proteggere le proprie fotografie pubblicate su internet dalla copia e da un uso non autorizzato è pura utopia.
Come una fotografia è pubblicata, automaticamente può venire salvata ed usata da terzi.
Cosa dunque possiamo fare? Cercare di limitare i danni e soprattutto poter provare di esserne i veri autori.
E’ bene precisare che rispetto alla fotografia analogica, col digitale non esiste il “negativo unico”. E’ anche vero che in analogico è possibile fotografare un negativo e riprodurlo per ottenerne un’altro sostanzialmente uguale, ma finché i negativi non vengono distribuiti/consegnati non ci sono problemi; così come nel digitale, finché il raw sta in casa nostra e non viene distribuito siamo tranquilli.
La differenza è che in mano abbiamo un negativo, un oggetto unico, palpabile, materico. Col digitale tutto è copiabile, distribuibile in tutto il mondo in una frazione di secondo.
Quando pubblichiamo una fotografia, se desideriamo cercare di evitarne l’utilizzo non autorizzato, o quantomeno scoraggiarlo, possiamo intraprendere alcune azioni piuttosto semplici.
La prima e più ovvia consiste nel mettere online una fotografia a bassa risoluzione riducendola a 72dpi e dimensioni intorno agli 800×600 per scoraggiarne la stampa.
L’utilizzo di watermark (come nella foto che segue) dice chiaramente chi sia l’autore della fotografia
ma l’uso del timbro clone in pochi minuti elimina questo semplice sistema.
E’ possibile quindi inserire un watermark più complesso e più grande, come quello che segue
Ma anche in questo caso, un uso paziente del timbro clone ne consente la rimozione.
Ma in caso di diatriba, come dimostrare che siamo noi i veri autori della fotografia e quindi detentori di ogni diritto a riguardo?
Anche qui ci sono diverse soluzioni che unite, consentono di dimostrare la paternità di una foto.
Il Raw anzitutto, come detto, è considerato un po’ il negativo della fotografia. Contiene molte più informazioni di quante non ne contenga un jpg. Per fare un confronto diretto, il raw contiene attualmente 12 bit di informazione per pixel, il jpg ne contiene 8. Mettendo in scala questi valori, possiamo dire che in una foto in jpg potremo avere una scala di valori da 0 a 255. Con il Raw invece da 0 a 4096. La differenza tra questi valori sono le informazioni che durante il salvataggio in jpg vengono perse (ma che non sono sempre significative).
Molte persone scattano direttamente in jpg, vuoi perché è più veloce, occupa meno spazio, non ha bisogno di post produzione (in teoria) e via dicendo. In questo caso non abbiamo un raw da tenere a casa. C’è chi consiglia di salvare le foto su un disco o una chiavetta, imbustarlo e spedirselo via Posta. Il timbro postale farà fede per la data (ovviamente non dovremo mai aprire la busta salvo che in caso di diatriba). Quando le nostre fotografie torneranno a casa, solo allora potremo pubblicarle e metterle online.
Questo ci garantisce di avere una copia “datata” prima che queste vengano rese pubbliche. E’ sicuramente un metodo valido ma che personalmente non utilizzo.
Come dicevo l’importante è essere in possesso di qualcosa che gli altri non hanno. Nel caso del raw avremo le informazioni che non vengono salvate nel jpg distribuito, nel caso del jpg originale invece, potremmo ritagliare un pezzo della fotografia e render pubblico solo la parte centrale (come la parte nel riquadro rosso):
Questo garantisce che ciò che circolerà su internet conterrà informazioni che non possono esser ricostruite da un utilizzatore e che in caso di diatriba, potremo fornire la foto completa, dimostrando il ritaglio.
Un altro metodo consiste nello scattare diverse fotografie dello stesso soggetto e tenerle da parte. Se dovremo dimostrare la paternità di uno scatto, le altre foto ci aiuteranno nell’intento.
E nel caso qualcuno voglia spacciare per propria la fotografia dell’esempio, sappia che l’ho in Raw, quella che vedete è un ritaglio, l’originale è a colori, ho diverse altre foto simili di prova e l’ho stampata su un libro
Voglio riproporre qui una riflessione scritta qualche tempo fa, in vista di prossimi aggiornamenti e ulteriori suggerimenti
Fare fotografia significa cogliere un istante e fermarlo “per sempre”.
Come e quale istante cogliere è il compito del fotografo, un compito spesso difficile che necessita di capacità tecniche (saper usare una fotocamera) e soprattutto “avere occhio”.
Non basta limitarsi a guardare in giro, occorre sapere come guardare, cosa guardare: occorre imparare a vedere (e come in tutte le cose, un pizzico di fortuna).
guardare Volgere lo sguardo su qualcuno o qualcosa con l’intenzione di vedere
Il primo passo per poter vedere il mondo con occhi diversi, consiste nel riuscire a liberare la mente dai pensieri e vicissitudini che circondano il nostro quotidiano.
Pensare al lavoro, ai figli, alla casa, non aiuta a concentrarsi su ciò che si sta guardando per andare oltre, per permetterci di vedere.
Occorre quindi imparare a concentrarsi, a rilassarsi e lasciarsi andare alle emozioni, a vivere come bambini, che se vedono il nonno librarsi nell’aria gridano meravigliati: “il nonno volaaa!!!” e non corrono a chiamare il CICAP o un’esorcista.
Il mondo in cui viviamo certo non aiuta la concentrazione, siamo costantemente circondati da messaggi pubblicitari, frenesia, televisioni accese, telefonini super tecnologici, rumori, stereo ad alto volume, auto e moto che sfrecciano a velocità folli; tutti intenti ad arrivare “prima”.
Gli uomini in questo sono leggermente avvantaggiati: hanno la vista a tunnel (a quanti è capitato di guardare in frigorifero alla ricerca disperata dello yogurt senza vederlo?) e l’incapacità di fare più cose contemporaneamente (a quanti è capitato di abbassare lo stereo in macchina quando si sta cercando una via o un numero civico?).
La vista a tunnel permette di concentrarci su singoli soggetti senza esser influenzati dalle distrazioni (e facilita la concentrazione alla guida). Il fatto di non sapere fare più cose contemporaneamente (salvo certo casi rari ma presenti) ci permette o di passare ore a rimuginare o di dedicarci interamente a ciò che stiamo facendo senza accorgerci che il bagno si sta allagando.
La vista femminile invece è più grandangolare, frutto di esperienza secolare nel badare alla casa e seguire i figli contemporaneamente. Permette di scorgere particolari che noi uomini spesso trascuriamo (come trovare lo yogurt nel frigorifero prima ancora che lo sportello sia completamente aperto e a beccarci al volo quando guardiamo le curve della bionda che incrociamo quando siamo in loro compagnia)
Un altro fattore che non ci aiuta a vedere, sono le etichette. Etichettiamo il mondo intero. Se pensiamo al celeberrimo gioco del Lego, tutti immediatamente pensano ai mattoncini colorati. Ma quanti sanno esattamente come sono fatti, oppure associano al Lego una costruzione anziché il singolo mattoncino? Noi cataloghiamo qualunque cosa, per sopravvivere dobbiamo dare un nome ad ogni singolo oggetto che ci circonda.
Se pensiamo ad un foglio A4, tutti lo immaginiamo bianco e vuoto. Si ma quale bianco? e perché proprio vuoto? In quanti hanno pensato ad una lettera ricevuta o ad un foglio pasticciato dal figlio?
Per vedere, occorre conoscere una cosa, dimenticarsene e riscoprirla. Averla tra le mani, osservarla da altre angolazioni, altra luce, avvicinarla tanto da sfuocarla od osservarla con gli occhi socchiusi, ci aiuta a vederla davvero e ogni volta cercando qualcosa che sia differente dalla nostra immagine mentale che abbiamo di quell’oggetto, salvato nel nostro cervello tramite un’etichetta: il nome.
A tal proposito Monet, il celebre pittore impressionista disse:
“per imparare a vedere, dobbiamo dimenticarci il nome delle cose che stiamo guardando”
Ci sono momenti in cui siamo in grado di vedere automaticamente: a quanti è capitato di restare assenti da casa per un lungo periodo, e quando si torna, per qualche istante, osserviamo la nostra abitazione con occhi diversi, come se fosse sconosciuta. Abbiamo perso la familiarità che avevamo con essa e siamo tornati ad osservarne i particolari, a vedere gli oggetti, i soprammobili che magari sono in quella posizione da mesi, anni, e che non avevamo “mai visto”.
Viaggiare, visitare posti nuovi ci aiuta a scoprire cose nuove; spesso portiamo a casa le foto migliori proprio quando siamo lontani dal nostro quotidiano.
Ci siamo mai domandati il perché?
L’abilità di vedere, non deve aumentare con la distanza da casa nostra: se non riusciamo a vedere seriamente da casa, come pensiamo di poterlo fare in maniera approfondita quando ne siamo lontani?
La fotocamra, il mezzo che usiamo per fermare l’istante, non ci aiuta nel vedere: è oggettiva, non soggettiva. Se noi notiamo un particolare, la fotocamera lo registrerà nel suo insieme che potrà apparire scialbo e senza significato.
Il primo passo in questo caso è la padronanza del mezzo: occorre sapere usare la propria fotocamera e per saperla usare intendo sapere come fare per ottenere quello che stiamo osservando come lo stiamo vedendo noi.
Un tempo c’era il Fotografo, quello che sapeva fare le fotografie, che aveva il Grande Formato e a cui si rivolgevano i nostri nonni o genitori quando volevano una foto ricordo per il grande evento, una comunione o un matrimonio.
Poi vennero le Reflex e medioformato, i professionisti aumentarono grazie a costi più contenuti ma in ogni caso si trattava di persone che venivano pagate per fare le fotografie. Quando c’era bisogno di qualcuno che sapesse fare le fotografie come si deve, si chiamava il professionista, il Fotografo.
Oggi il mondo della fotografia professionale è cambiato, e di molto. La Agenzie Pubblicitarie, le società, non pagano più un fotografo affinché questo scatti l’immagine richiesta e necessaria per reclamizzare un prodotto, un luogo, un evento.
Oggi chiunque e con una spesa anche molto ridotta, può acquistare una reflex e fare fotografia. Tra gli amatori ci sono fotografi validissimi che in alcuni casi surclassano i professionisti. Sono molto pochi i casi in cui un professionista è ancora richiesto, e spesso viene richiesto perché fa parte di un circolo ristretto di persone che hanno conoscenze ed agganci per i famosi “pass” o perché il loro lavoro artistico è riconosciuto in ambito nazionale o internazionale.
Una volta molti fotografi professionisti collaboravano con agenzie di Stock: consegnavano le loro fotografie ad agenzie che si limitavano a raccoglierle e a catalogarle, mostrando quelle che interessavano a chi desiderava acquistarle.
Le fotografie venivano pagate in base all’uso che se ne faceva, alla tiratura, alle dimensioni di stampa, al periodo temporale di utilizzo.
Con l’avvento di Internet sono nati siti di Micro-Stock, ovvero dove chiunque, professionista o semplice amatore, può mettere in vendita le proprie
fotografie. Spinti dal desiderio di fare soldi, migliaia di fotografi amatoriali nhanno riversato le proprie fotografie su questi siti. Si chiamano Microstock perché i pagamenti sono davvero micro: una fotografia viene venduta per utilizzo web a partire da 1$ e su grandi volumi d’acquisto in abbonamento si può scendere a 30 centesimi di dollaro.
La cosa positiva è che questi siti “lavorano” per i fotografi che hanno inserito le fotografie 24 ore su 24 e a livello mondiale. Le possibilità di acquisto (sempre che la fotografia sia valida) sono quindi elevatissime e vendendo 1000 licenze di quella fotografia il guadagno si amplifica di conseguenza.
Questi siti però hanno modificato il mercato: l’azienda non contatta più il fotografo, non chiede più le fotografie all’agenzia pagandola magari centinaia e centinaia di euro quando ne ha a disposizione milioni per pochi centesimi. Bisogna solo cercare ciò che si desidera.
Il mestiere del Fotografo quindi si è evoluto, è cambiato e occorre stare al passo se non si desidera chiudere baracca e burattini e cambiare mestiere. Non si tratta di svendersi o lamentarsi dicendo: “io non venderò mai una mia fotografia a 25 centesimi!”
Perché se la mia fotografia vende e vende tanto, posso arrivare a guadagnare diverse migliaia di euro per quella singola fotografia.
Non si lavora più su commissione, si lavora seguendo il mercato e prevedendo ciò che la gente desidera.
C’è chi si è specializzato in questo mercato, primo fra tutti (sia di presenza sui siti di Micro-Stock che di vendite) è Yuri Arcurs, autore di un interessantissimo video presente su YouTube:
che mostra quanto la specializzazione e l’investimento consenta davvero di avere guadagni di tutto rispetto (e aggiungerei invidiabili).
Il modo migliore per seguire il mercato è frequentare uno dei tanti siti e blog specializzati sulla fotografia di Stock e Microstock.
MyStockPhotography è uno tra i maggiori Blog che trattano questo genere di mercato, gestito da Roberto Marinello, vanta Sponsor come Fotolia e un numero di visitatori in costante aumento.
Ma sentiamo direttamente lui:
dFP: Come ti è nata l’idea di un Blog che parli di MicroStock?
RM: Ho iniziato con un semplice blog in cui descrivevo le mie prime esperienze in ambito microstock, qualche piccolo consiglio per i neofiti. L’anno scorso ho deciso di spingerlo un passo più avanti, comprando un dominio ed un hosting un po’ più serio e provando a farlo crescere aumentando il ventaglio dei contenuti, dai comunicati stampa delle aziende alle interviste, dagli editoriali alle statistiche di vendita, etc…. insomma un microstock info center: news, tips, tools, stats.
dFP: Da quanto tempo segui il mercato del Micro-Stock?
RM: A fasi alterne, dal 2006. Avevo letto un articolo riguardante un fenomeno in qualche modo riconducibile a “User-generated content (UGC)”. Si parlava di iStockphoto, allora e a tutt’oggi leader di questo mercato, dove anche i fotografi amatoriali potevano inviare le proprie fotografie e metterle in vendita. Dopo le prime cocenti delusioni dovute all’inesperienza e ad una “compattina” da 3Mpx, ho cominciato a capire le tipologie di foto necessarie per tale mercato, pur restando un contributor modesto in termini di quantità, di dimensione dei portafogli.
dFP: Secondo te è un mercato ormai saturo?
RM: Il mercato non è saturo, la necessità di fotografie ed illustrazioni a basso prezzo è in continuo aumento. E’ cambiata la prospettiva per il fotografo. Il microstock non è più un “fenomeno”, è una industria consolidata. Se qualche anno fa una foto modesta poteva avere qualche chance di essere accettata e venduta, ora una serie di fotografi stock professionisti sono entrati nell’arena microstock, elevando notevolmente il livello qualitativo del materiale disponibile per i clienti. Si sta verificando quanto avviene in molteplici ambiti, non solo industriali/economici: semplificando, la legge dell’ 80/20 dove l’80% dei guadagni microstock sono ottenuti dal top 20% dei fotografi… dietro di loro una lunga coda di contributors che guadagnano le briciole. La stessa legge è ben verificabile anche all’interno del proprio portfolio, dove è il 10-20% delle fotografie a vendere molto sino a raggiungere l’80/90% dei guadagni di un autore.
dFP: Guadagnare 25 centesimi dalla vendita di una fotografia non è limitante e quasi “offensivo” per un Fotografo professionista?
RM: In parte lo è… soprattutto in merito alla libertà che le attuali licenze Royalty Free lasciano all’acquirente. Fossero più restrittive e con prezzi più alti, il mercato sarebbe sicuramente più equo per il fotografo. Ormai però la strada è segnata e la convergenza tra stock fotografia RF tradizionale (Getty e Corbis per capirci) e microstock è già in atto, si veda l’articolo Microstock il nuovo Royalty Free -- Lookstat. Diciamo che il fotografo professionista può orientare le proprie scelte anche su mercati più remunerativi e considerare il microstock in ambito di diversificazione del proprio reddito.
dFP: Che consigli daresti a chi vuole entrare in questo mercato?
RM: Ci vuole costanza nel creare e fare upload di fotografie alle varie agenzie con continuità. Occorre tenere in considerazione tutta la fondamentale e tediosa parte relativa ai metadati (titolo foto, descrizione, parole chiave) poiché è tramite queste informazioni che il proprio lavoro può avere visibilità. Il massimo è riuscire a trovare una “nicchia” non molto frequentata ma che è ricercata dai clienti (utile in merito picNiche, date un’occhiata a Microstock Niche Subjects: scordatevi di mandare centinaia di foto di fiori, cagnolini, tramonti: hanno una tale concorrenza questi soggetti che le foto devono essere superlative per emergere. Se poi ci prendete la mano potete magari diventare tra le poche centinaia di persone al mondo che vivono di microstock . Consiglio di sondare il terreno prima con le agenzie che non richiedono un test di ingresso come Dreamstime e Fotolia, quando cominciate a capire la filosofia microstock Vi potete dedicare ad iStock e Shutterstock, gli altri due big che però prevedono un test iniziale per l’accettazione. Una lista completa delle principali agenzie microstock è disponibile al seguente indirizzo: http://www.mystockphoto.org/stock-agencies/
Vi invito a visitare il blog www.mystockphoto.org dove troverete anche una categoria di post in Italiano e informazioni utili sui siti e gli strumenti che possono essere d’ausilio all’attività.
E’ iniziato il nuovo semplice Contest legato al Natale: “Natale in Strada”
Hai tempo fino al 31 dicembre per postare una fotografia inerente al tema e al termine gli utenti sceglieranno
le 3 migliori foto che verranno pubblicate qui nel Blog e La Lettura della prima classificata!
Forse ne hanno sentito parlare tutti, ma sono pochi quelli che le utilizzano e i professionisti che ne fanno un uso abituale forse si contano sulle dita di una mano.
Sto parlando delle Holga, le macchine fotografiche dette anche Toy Camera (fotocamera giocattolo, che di giocattolo non ne ha il prezzo) prodotte in economia per il mercato cinese ed esportate ovunque.
La Holga classica, è un medioformato a pellicola, con una singola lente fissa (in plastica a parte alcuni modelli) da 60mm e due aperture: “Sole” (f/11) e “Nuvoloso” (f/8). La messa a fuoco è spannometrica: occorre ruotare l’ottica facendo combaciare la tacca con la distanza indicata: 1m, 2m, 6m, 10m a infinito. La lente di plastica “regala” bellissime vignettature, aberrazioni cromatiche, sfuocature….
Il tasto di scatto è indipendente dal caricamento della pellicola, quindi è possibile fare esposizioni multiple anche involontariamente (quando si dimentica di caricare la pellicola) e tramite apposito tastino è possibile scattare in modalità Blub.
La fotocamera è interamente costruita in plastica, non ha alcun tipo di guarnizioni o spugne per evitare che la luce penetri nel corpo con varie velature e sbaffi nella pellicola, tanto che viene venduta con del nastro isolante nero da mettere attorno al vano pellicola per evitare le infiltrazioni di luce.
Il modello che si trova in commercio ora, la Holga 120CFN è dotata di flash, un flash ovviamente poco potente, ma è colorato e di 4 colori: il giallo, il rosso, blu e ovviamente il classico lampo bianco che tutti si aspettano. Per selezionare il colore è sufficiente ruotare l’apposita ghiera posta in cima alla fotocamera.
Ha 2 pile stilo (le classiche AA) ma servono solo per alimentare il flash, quindi se si scaricano o non si vuole usare il flash, si può scattare comunque. Ma occorre ricordarsi di fissare bene le pile
negli appositi alloggiamenti altrimenti al primo colpo cominceranno a vagare all’interno della Holga.
La Holga attualmente viene venduta a 65€ in una scatola che contiene, oltre la fotocamera una cinghietta portacamera, il manuale d’uso, del nastro adesivo nero, un rullino 120, il telaietto 6×6 per sostituire quello standard rettangolare 6×4,5 e il libro “World through a Plastic Lens”che contiene davvero tanti spunti e modifiche per la Holga.
Sul Ticino con la mia Holga
Ora, considerando che: la fotocamera è un costoso giocattolo, l’ottica è pessima, la luminosità molto scarsa (consigliati 400ISO per foto in esterno e almeno 800 per interni), la definizione
quasi inesistente, l’evidente vignettatura, le infiltrazioni di luce nel corpo, la messa a fuoco imprecisa, le pile che vanno fissate perché altrimenti escono dalle proprie sedi, il rischio di
esporre più volte la pellicola, la scarsa autonomia (con una pellicola 120 e telaio 6×6 inserito, si possono fare 12 fotografie) che senso ha averla?
Credo che per dare un senso al suo possesso occorra fare prima una piccola premessa:
Chi è appassionato di fotografia, spesso si ritrova a parlare di definizione, di nitidezza e dettaglio. Valutiamo le fotocamere in base
alle loro caratteristiche tecnologiche, alla loro velocità, precisione, comodità d’uso e numero dei megapixel se si tratta di digitali.
Ci troviamo quindi tra le mani dei prodotti finiti che per funzionare a dovere e regalare fotografie interessanti necessitano solo dello studio del manuale della fotocamera e di basilari regole di composizione da parte del possessore. Con questo tipo di fotocamere, è difficile sperimentare nel vero senso della parola. Moltissime delle reflex digitali in vendita non consentono nemmeno l’esposizione multipla.
Molti sostengono che nel mondo del digitale, la vera sperimentazione si fa solo in Camera Chiara ovvero con l’uso di Software per l’elaborazione digitale delle fotografie come il celeberrimo Photoshop o Gimp.
Ritengo però sia difficile ottenere risultati interessanti se alla sperimentazione ci si avvicina solo in modo casuale, ovvero provando a caso impostazioni, filtri e regolazioni dei software osservando cosa accade in attesa di un risultato interessante.
Trovo che la Holga permetta di avvicinarsi alla sperimentazione fotografica direttamente dalla fotocamera. E’ una fotocamera di plastica, che si può smontare, adattare, modificare a proprio gusto e piacimento. Al posto della pellicola 120 è possibile con banali modifiche inserire un normale rullino 35mm ed esporlo fino alla dentellatura:
Holga e rullino 35mm dal sito www.lomography.it
I filtri colorati del flash consentono sperimentazioni interessanti sui colori, così come le esposizioni multiple.
In questa fotografia, ho usato il flash della Holga per fare 3 lampi (uno blu, uno giallo e uno rosso) mentre la mia reflex era in modalità bulb:
Fumo incenso e flash Holga
La Holga è ideale, grazie alla sua lente in plastica, per lo studio dei colori forti, delle dominanti, dello sviluppo di pellicola in cross-process, ovvero sviluppare la pellicola diapositiva (E6) con gli acidi per la negativa (C41) che donano alle foto colori estremamente saturi e piuttosto acidi e ottime se usate con pellicole scadute.
Le fotografie che la Holga regala sono sempre imprevedibili, dai contorni poco definiti, quasi eteree per certi versi, ottima per lo street e il ritratto diverso dal solito.
Molti non hanno idea di cosa siano i “fantasmi”, ovvero quegli sbaffi luminosi nelle fotografie quando la luce filtra nel corpo macchina. Con la Holga si possono avere o eliminare usando il nastro isolante nero per bloccare le infiltrazioni di luce. 65 euro per una fotocamera del genere possono sembrare tanti, ma su ebay si possono trovare a cifre per ogni gusto….
E’ possibile quindi che i suoi punti di forza siano proprio le sue debolezze? Assolutamente sì. I suoi difetti sono ricercati da chi cerca una “fotografia diversa” fuori dagli schemi comuni, ideale per persone a cui piace giocare, sperimentare, modificare e personalizzare fisicamente la propria fotocamera. Assolutamente sconsigliata a chi ama velocità, precisione, certezza del risultato.
Le Holga, come molte altre fotocamere insolite (come le Action Sampler che fanno 4 foto in una usando 4 ottiche diverse o la Holga in formato 35mm) sono in vendita da:
Lomographic Society Italia
c/o Uki Yo s.r.l.
Via Marsala 29
21013 Gallarate (VA)
tel +39 0331 701234
fax +39 0331 777568
Questa fotografia di Cristina Visentin mi ha colpito fin da subito.
Cristina l’ha scattata sul Garda ma potrebbe essere un posto qualunque, non vi sono infatti elementi che caratterizzano il luogo, non è stata scattata per mostrare il panorama o uno scorcio cittadino.
E’ una foto che trasmette emozioni, sensazioni e ci trasporta in due mondi, due realtà, la prima è dal punto di vista dell’uomo: osserva un panorama grigio, uniforme, attratto dalle evoluzioni degli uccelli.
Si sofferma parecchio, lo possiamo dire grazie al tempo relativamente lungo che ha permesso di fermare la persona ma non le ali dei gabbiani. Non si tratta quindi di una foto “al volo” dove il tempo viene immobilizzato da un veloce otturatore, ma di un sapiente studio su cosa si vuole trasmettere con la propria fotografia.
L’uomo ha quindi tempo da dedicare all’osservazione, si ferma mentre il tempo attorno a lui continua a scorrere (le ali dei gabbiani mosse) e sempre grazie al mosso degli uccelli e naturalmente alla posizione dell’uomo, non si tratta di un breve sguardo verso l’acqua, ma lui e il suo mondo si fermano a guardare.
Il secondo punto di vista è quello del fotografo: mettendoci nei suoi panni, ovvero da chi vive la scena dall’esterno, abbiamo di fronte un uomo, fermo, assorto nei suoi pensieri, vestito in modo classico che, grazie anche al bianco e nero, ci riporta indietro nel tempo di 50 anni. La scelta del bianco e nero in questo caso è stata una scelta più che giusta infatti oltre ad “invecchiare” lo scatto, crea un contrasto netto con il paesaggio e l’uomo che l’osserva, aiutando a separare queste due realtà e i relativi punti di vista e lettura.
Osserviamo un uomo con le mani dietro la schiena, in una posizione quasi di rassegnazione. Possiamo naturalmente solo immaginare i suoi pensieri, e mi piace credere che il volo dei gabbiani non sia il suo pensiero principale ma che vi sia altro nella sua testa; immagino solitudine, silenzio o semplice ammirazione.
La foto si conclude con l’ombra dell’uomo che esce dalla composizione sulla destra, quasi a indicare che per lui c’è ancora strada da percorrere.
Curioso infine come il cielo e la terra siano uniti dalla figura di quest’uomo scuro solo con i suoi pensieri.
Un interessante approfondimento: proviamo ad osservare
questo olio su tela di David Friedrich intitolato
“il viandante nel mare di nebbia” (olio su tela – 1818)
e questa fotografia scattata da Gianni Berengo Gardin a Venezia nel 1959
che somiglianze troviamo?
Un interessante approfondimento: proviamo ad osservare questo olio su tela di David Friedrich intitolato
“Viandante sul mare di nebbia” (olio su tela – 1818):
Viandante sul mare di nebbia
e questa fotografia scattata da Gianni Berengo Gardin a Venezia nel 1959