Foto scelte da dFP:

Salviamo le nostre fotografie: Il Backup

Sono sempre stato abbastanza avverso al rischio: su certe questioni preferisco avere le spalle coperte e tutelarmi preferendo evitare di “versare il latte” per poi piangere.

Ricordo che tempo fa da qualche parte lessi una frase, un aforisma se vogliamo, che mi fece molto riflettere:

“la differenza tra il fotografo analogico e quello digitale, consiste che quest’ultimo o ha già perso tutte le sue
fotografie o le perderà”.

Chi oggigiorno fotografa ancora usando negativi o diapositive, ovvero in analogico, nella maggioranza dei casi terrà i negativi nelle buste trasparenti o semitrasparenti in cui sono state infilate dallo sviluppatore e salvo qualche rara duplicazione, lì resteranno.
Quasi sicuramente tali buste verranno inserite in una scatola di cartone e lasciata per anni in qualche mobile.
Le diapositive invece, lasciate nei loro contenitori di plastica e anche loro in qualche armadio. E’ questa la procedura ideale per il mantenimento di negativi o diapositive? Cosa può accadere per evitare di perderle?
Senza prendere in considerazione un incendio, ovvero la situazione peggiore in assoluto, dove certamente le nostre fotografie hanno il valore minimo rispetto a quanto realmente si è perso, tale metodo può ritenersi comunque valido. L’importante è che negativi e diapositive siano conservati al buio, in una zona non troppo calda e possibilmente senza eccessivo contatto con l’aria.
Vendono ottimi raccoglitori per negativi e diapositive, con plastiche contenenti acidi in bassa quantità e garantiti per evitare che con gli anni  i negativi si macchino o si velino ma sostanzialmente qui terminano le operazioni di salvaguardia per chi scatta in analogico.

Ma per chi scatta in digitale?
I computer in generale sono oggetti poco affidabili. Gli hard disk che contengono le nostre fotografie ancora meno. Non c’è marca che tenga, è questione di tempo di utilizzo e di dati statistici. Prima o poi un hard disk si rompe. Con l’aggiunta che non sappiamo quando ciò accadrà. Potrebbe accadere dopo poche ore di vita, o dopo lunghi anni di onorato servizio. Ma prima o poi capiterà, dobbiamo farcene un’idea. Cosa possiamo fare dunque per evitare che le nostre fotografie vadano perse per sempre? Non pensiamo al fatto che esistono società di recupero dati, i costi che dovremmo sostenere vanno ben al di là di quanto spenderemmo usando tutti gli accorgimenti che andrò ad elencare contemporaneamente. Queste società sono costose perché il recupero dati da un Hard Disk guasto è un’operazione delicata e che va fatta in condizioni particolari (camere a tenuta stagna con apparati decisamente costosi). Lasciamo quindi il recupero dati ai grandi dirigenti di società importanti.

Nel nostro piccolo, la prima cosa che possiamo fare è acquistare un altro Hard Disk. I prezzi per GB ormai sono tanto bassi, che possiamo acquistare dischi da 1TB (1000 GB) a meno di 100 euro. Possiamo collegarlo al nostro computer e usarlo esclusivamente per copiarci (ho detto copiarci, non spostare) le nostre fotografie quotidianamente. Esistono moltissimi strumenti che lo possono fare in automatico, compiendo per noi la procedura di Backup. Se avete Mac, consiglio caldamente Time Machine: lo uso da anni e ormai mi dimentico di averlo. Time Machine ogni ora salva tutti i file che sente modificati dal mio hard disk principale, copiandoli in un hard disk dedicato collegato via USB. Per windows esistono tanti programmi, alcuni free, altri a pagamento, altri ancora integrati nel sistema operativo, come Backup di Microsoft integrato in Windows XP ad esempio.
Però, perché c’è un però, anche in questo caso non siamo sicuri: se dovesse esserci uno sbalzo di corrente, non dimentichiamoci che l’hard disk di backup è alimentato tanto quanto l’Hard disk principale, in altri termini potrebbero rompersi entrambi contemporaneamente. E’ sfiga lo so, ma è una possibilità. Per aumentare la sicurezza, potremmo collegare al computer e alimentare l’hard disk di backup solo quando dobbiamo fare un nuovo backup e, una volta terminato, possiamo spegnerlo, scollegarlo e metterlo in un armadio. Così facendo, il disco stesso si usurerebbe meno, allungandone la vita teorica. Già questa operazione consentirebbe una certa sicurezza, l’importante è ricordarsi di collegare il disco ogni volta è necessario fare un salvataggio dati.
Un ulteriore livello di sicurezza, consiste nell’acquistare 2 hard disk di backup, uno usarlo costantemente, l’altro magari facendo un backup generale alla settimana, o al mese, e tenerlo in un luogo diverso dal primo. L’ideale sarebbe in un altro appartamento, a casa di familiari o in ufficio se possibile. Esistono infine servizi di backup online: a seguito di abbonamenti che generalmente sono a scadenza annuale, abbiamo uno spazio su server remoti che ci garantiscono sicurezza (le connessioni e in alcuni casi gli spazi su disco sono criptate, sono sistemi che a loro volta effettuano dei backup costanti) e spazi in abbondanza. Di contro però c’è il fatto che dobbiamo occupare la nostra banda per fare l’upload dei nostri dati su questi server, e quando abbiamo diversi GB di fotografie, i tempi per fare i backup salgono vorticosamente arrivando a impiegare anche settimane di connessione ininterrotta a internet (e ovviamente Mac/pc acceso) prima di terminare un backup.

Qualche riferimento:

Backup per Sistemi Mac:
Time Machine, vivamente consigliato e incluso in OS-X

Backup per Sistemi Windows:
Backup di Microsoft,
Acronis True Image (50€ circa),
gli stessi programmi di backup spesso contenuti negli Hard Disk in vendita,
Cobian Backup (free con donazione)
E molti altri cercando con google “software backup”

Backup Online:
Carbonite (55$ circa all’anno, spazio illimitato)
IDrive (15 $ mese circa per 500GB)
E molti altri cercando con google: “backup online”

Come abbiamo visto, di soluzioni per tutelarci ce ne sono e non sono poche. Sono anche per tutte le tasche e per ogni livello di paranoia. La domanda che dobbiamo porci prima di pensare al costo di un Hard Disk o di un servizio di Backup online è: “quanto valgono per me le mie fotografie?” Se la risposta è “nulla” allora non serve spendere altri soldi. Ma se il valore è elevato, allora sicuramente vale la pena investire dei soldi per dormire sonni tranquilli.

Il Cianotipo. Una tecnica antica, un linguaggio moderno.

Reduce da una delle tante bellissime esperienze proposte dal mio gruppo fotografico sto riflettendo a ruota libera sulle tante strade che la passione per l’immagine apre, soprattutto oggi che siamo ricchi tanto dei metodi più tecnologici, quanto di quelli ereditati dal passato.

Perchè, effettivamente, che senso ha proporre oggi, nel 2010, dove tutti i nostri mezzi hanno almeno un’uscita usb, una riflessione su tecniche antiche di stampa fotografica?

Perchè armarsi di pennelli, bacinelle, ampolline e andare a rovistare in soffitta in cerca di una lampada uva usata per veloci abbronzature in tempi di nebbia se possiamo semplicemente ottenere uno splendido blu di prussia dalle palette di cs4?

Credo che la risposta sia piuttosto scontata. Credo che sia talmente scontata da fare quasi rabbrividire per la sua banalità: un misto di necessità di esprimersi e di appagamento personale.

Ma la cosa buffa è che in qualunque modo le due cose si miscelino, il percorso rimane lo stesso.

Anche un bambino, lo dico per esperienza, prova un senso di compiacimento quando un lavoro, seguito dall’inizio alla fine, gli nasce tra le mani.

Se poi nella scelta dei vari passaggi (e del moltiplicarsi delle variabili che ci vedono protagonisti indiscussi) si include la necessità di esprimersi in qualche modo interviene la possibilità di conoscere il maggior numero di linguaggi, la strada diventa ancora più ricca.

Strana pulsione quella di chi si accinge a creare qualcosa di suo, in questo caso nell’ambito delle arti visive, facendolo nel modo più originale possibile.

L’originalità, la peculiarità di quel messaggio, sarà ciò che più denoterà quell’autore: il suo messaggi sarà tanto più forte quanto unica e irripetibile sarà la sua creazione.

“L’arte non è una copia del mondo reale. Di queste dannate cose basta che ci sia un solo esemplare!”

[cit N.Goodman, I linguaggi dell'arte, ed. saggiatore, p.111]

Il cianotipo è dunque una delle tante strade che oggi, nell’era del digitale, arricchisce il nostro linguaggio artistico, perchè non sfruttarla?

Il bello di questa tecnica è che non servono grandi materiali, né grandi pretese creative, per comprenderne i meccanismi principali: il risultato permette di apprezzare ancora di più il connubio che si crea tra chimica e ricerca personale.

Il cianotipo fu una scoperta di Herschel, a pochi anni dalle prime immagini fotografiche realizzate da Fox Talbot e Daguerre che fecero il giro del mondo, e si basava sullo stesso principio. La differenza fondamentale era il tipo di elemento che veniva utilizzato per rendere fotosensibile il supporto scelto: invece del nitrato d’argento del Dagherrotipo, il cianotipo si affida alla miscela di ferrocianuro di potassio e di citrato ferrico.

Le stampe ottenute hanno un colore blu intenso e danno un senso di profondità notevole.

Oggi, realizzare un cianotipo sembra relativamente facile, tuttavia ciò che lo renderà unico (e irripetibile)sono la sperimentazione e la partecipazione in ogni singola fase di produzione.

Prima di tutto lo scatto, la scelta di un soggetto in vista di questo procedimento piuttosto che un altro.

La stampa avviene fondamentalmente per contatto, quindi è necessario produrre un negativo sufficientemente grande.

Oggi, grazie ai fogli lucidi sui quali le stampanti laser possono agire liberamente, è facile ricavare un negativo da qualcuno dei nostri jpeg.

Mi domando invece quanto complesso fosse negli anni 40 dell’ottocento, questo primo momento del procedimento.

Ogni fase non poteva essere lasciata al caso, o decisa con superficialità: la pena era lo spreco di materiali, fatica, tempo e soldi, notevole. Una foto probabilmente doveva nascere nella testa del fotografo in maniera decisamente chiara.

Ottenuto il negativo inizia il procedimento che sarà probabilmente quello a più alte variabili incisive sul risultato finale: la preparazione dell’emulsione.

La nostra guida esperta in questo campo, ossia il professionista Davide Rossi (www.atelierdellafotografia.it), ha portato con sé due misteriose bustine, una serie di bacinelle, ampolline ottenute dallo sciroppo per la tosse e la faccia di chi sa cosa proveremo noi poveri fotografi digitali da un momento all’altro.

Nelle due bustine polveri di colore indefinito: le luci in sala sono abbassate, ma trattasi di citrato di ferro ammonio e ferrocianuro di potassio. Miscelandole con due siringhe e acqua distillata, in parti uguali, si ottiene un liquido tra il giallo e il verdognolo.

A questo punto,  ognuno può scegliere il supporto che preferisce: stoffa, carta, cartone, legno. Purchè sia un materiale poroso abbastanza da raccogliere l’emulsione.

Con un pennello, un tampone, un rullo si può stendere il liquido in base all’effetto voluto:ora il supporto è fotosensibile.

In base alla miscela creata e alla quantità, alla pennellata che daremo, all’espozione a cui lo “cuoceremo” il nostro lavoro cambierà.

Ci siamo: comincio a comprendere perchè si parla di “unicià” dell’opera.

Non che i nostri lavori siano opere d’arte in senso stretto, ma relativamente al loro aspetto di irripetibilità sì, lo sono. Un tempo si poneva il negativo sopra il supporto emulsionato e si lasciava al sole. Oggi, grazie all’estetica moderna, esistono le lampade abbronzanti che ci sparano con favore i raggi uv-a accelerando il nostro lavoro.

Anche qui altre variabili: più il negativo aderisce al supporto, migliore sarà la definizione; dobbiamo quindi assicurarci che il supporto sia asciutto e che il nostro negativo vi si appoggi perfettamente in tutti i punti.

Avevo già visto la stampa a contatto in camera oscura ma sono rimasta piuttosto basita nel vedere la definizione del dettaglio in questo procedimento. Eppure si tratta di cartoncino, pennelli da pittore, niente di serio.

Dopo una decina di minuti di abbronzatura il lavoro sembrava cotto a puntino. Staccando il negativo dal foglio si coglieva già il lavoro finito. I sali si erano ossidati creando un’immagine di sfumature strane, tra il blu, l’azzurro e il retrogusto bruciaticcio.

Allora perchè lavare?

Il bagnetto della nuova creazione, in semplice acqua, permette di lavare via i sali non esposti: lasciandolo alla luce il nostro lavoro non subirà ulteriori modifiche nel tempo; un fissaggio.

Un tocco di maggiore reiterazione al colore è dato da un bagno con acqua ossigenata che permetterà ai sali di ossidarsi più velocemente, contribuendo a evidenziare la profondità del blu.

Ecco un’immagine di Ildo Mauro Biolcati.

Il cianotipo ottenuto è qualcosa di particolare: ha uno spessore, è palpabile e nello stesso tempo ha un dettaglio così esatto e curato che lascia a bocca aperta.

Certo nel 2010 può sembrare anacronistico e del tutto assurdo cimentarsi in tecniche di stampa di questo tipo. Per un amatore poi tutto potrebbe sembrare una perdita enorme di tempo.

Se vogliamo realizzare le fotografie delle vacanze o divertirci a giocare con la nostra reflex digitale, non ha molto senso, è vero.

Ma se ci interessa anche solo un po’ vedere come nasceva un’immagine in un dato periodo, se ci interessa anche solo minimamente conoscere qualcosa di nuovo, per vedere se riesce a darci quel qualcosa che ci permetterà di esprimersi meglio… allora vale veramente la pena di sapere e magari sperimentare anche questo linguaggio.

Roberta Valtorta. Volti della fotografia.

Roberta Valtorta

Volti della fotografia.

Scritti sulla trasformazione di un’arte contemporanea.

Ed. Skira.

Un libro illuminante. Decisamente illuminante.

A volte si riflette sulle capacità delle fotografie di trasmetterci sensazioni ed emozioni, ma difficilmente riusciamo a vedere più in là del singolo scatto.

Questo aspetto è frutto della poca preparazione di noi amatori, nei confronti delle arti visive. Allora, per fortuna, c’è chi lavora da una vita in questo campo e ci riserva delle riflessioni generali che ci fanno soffermare su alcuni aspetti della fotografia, sui suoi cambiamenti.

Roberta Valtorta, storica e critica della fotografia, ci propone in questa raccolta di saggi, una serie di riflessioni sul mutamento di alcuni punti saldi dell’immagine, nel corso dei secoli.

Ogni capitolo una piccola perla, un piccolo spunto ad approfondire argomenti, e mai periodi a sé stanti, sempre in relazione alla società che le ha originate.

Partendo dagli spunti offerti dal difficile rapporto tra fotografia e pittura, segnato dalle necessità di rappresentare la realtà o interpretarla, esprimersi o far riflettere su contesti in cui l’uomo è protagonista o alienato, la Valtorta passa a spiegare come la diffusione di alcune correnti fotografiche siano il frutto di questi “flussi” di autocoscienza dell’arte visiva neonata.

La fotografia è ciò che ci permette di fermare l’interesse di chi osserva, fissando un significato in maniera indelebile nell’inconscio collettivo, ma è anche la stessa arte che permette di costruirlo, un significato, con vere e proprie creazioni in studio.

La fotografia è ciò che riflette inevitabilmente la posizione dell’uomo nella sua vita quotidiana: il paesaggio con le sue trasformazioni, la presenza o l’assenza della figura umana, la fissità o la dinamicità dell’immagine.

Sono tutti temi che la Valtorta tocca con delicatezza, senza appesantire il lettore, lasciando la curiosità di andare a cercare e approfondire ciò che più tocca il proprio interesse.

Al Paesaggio è dedicato un sistema consistente di capitoli. Una serie di progetti fotografici, Europei e Oltreoceano, fu sviluppata per lavorare all’approfondimento di questo tema, nel Novecento.

La storia di un’arte in così stretta relazione con l’uomo non può certo prescindere dall’ambiente.

E non sempre, evidenzia l’autrice, il paesaggio è un paesaggio reale.

“ Un’idea penosa: che al di là di un punto preciso nel tempo la storia non sia più stata reale. Senza rendersene conto, la totalità del genere umano avrebbe d’improvviso abbandonato la realtà- sono parole di Elias Canetti che Jean Baudrillard riprende e utilizza come trampolino per una riflessione sulla ipoetetica sparizione della storia oggi o in un immediato futuro- Secondo questa immagine si può supporre che l’accelerazione della modernità, tenica, evenemenziale, mediatica, l’accelerazione di tutti gli scambi, economici, politici, sessuali, ci abbia portati a una velocità di liberazione tale da permetterci di uscire dalla sfera referenziale del reale e della storia”. [pag 119]

Quindi quell’arte che dovrebbe rapprentare una fonte storica tra le principali, una traccia e un archivio della realtà in cui si vive, può arrivare a essere fonte di una realtà che manca, quindi anche di quella che c’è al suo posto, nell’assenza.

Europa e America vedono il paesaggio, poi, in modi sostanzialmente diversi: ecco perchè l’autrice ci accompagna attraverso alcuni progetti fotografici essenzialmente italiani, come il progetto Atlante, di Luigi Ghirri, ma accenna spesso anche a Basilico, Cresci e Chiaramonte, per arrivare inevitabilmente a toccare il tema dell’archivio Alinari.

“Un concetto unitario di paesaggio diviene per noi irrimediabilmente impossibile. Il paesaggio reale dell’esperienza, quello della memoria e quello creato dalle immagini virtuali si confondono, compressi e sovrapposti dalla velocità che la tecnologia ha impresso alla comunicazione”.

Ecco che, secondo questo concetto, diventa fondamentale il messaggio.

Frammentazione del paesaggio, alienazione della visione unitaria di un contesto ma, in positvo, libertà di espressione e scelta dei codici.

Un libro, dunque, che consiglio a tutti per la presenza di spunti di riflessione non soltanto sulla storia della fotografia, ma anche sulla storia del rapporto tra uomo, contesto e espressione.

La fotocamera in regalo, riflessioni

Natale è appena passato e sicuramente c’è chi, tra altri regali, ha ricevuto una fotocamera o come unico regalo ha chiesto una reflex, magari da chi in passato ha usato una compatta o non ha mai fotografato in vita sua.

Chi proviene da una reflex a pellicola, in molti casi avrà già un parco ottico, una conoscenza generale della fotografia, di cosa sia una composizione….

Chi invece si è appena avvicinato alla fotografia, cosa fare? Ci si ritrova tra le mani un oggetto più o meno pesante e sicuramente molto costoso. Si comincerà a scattare a qualunque cosa ci circonda, provando il flash, zoom, la raffica…. Poi dopo qualche giorno di euforia in moltissimi casi la reflex finirà in un armadio, in attesa che le vacanze o le ferie giungano presto.

In pochi casi invece si ha già frequentato o si frequenta un forum, dove abbiamo attinto informazioni riguardo quale reflex acquistare, marca, modello, se prenderla in kit e quindi con il suo obiettivo standard in dotazione oppure associare un’altra ottica più “tuttofare”.

In moltissimi casi l’acquisto della prima reflex è frutto di un processo di assimilazione, almeno per quanto riguarda il marchio.
Personalmente quando comprai la mia prima reflex digitale avevo due reflex a pellicola Canon e così scelsi quella marca. Chi aveva in famiglia qualcuno con Nikon avrebbe acquistato Nikon. Chi è legato alle Olympus, chi alle Minolta (ora Sony). La marca non ha assolutamente valore in questo caso. Abbiamo in mano la nostra prima reflex e desideriamo ardentemente diventare fotografi come Ansel Adams, Robert Capa o Berengo o ancora bravi come quelli che fanno i calendari Pirelli o quelli di cui si sente tanto parlare alla televisione durante i telegiornali.

Quanto sopra sarebbe già un passo avanti: in molti comprano una reflex perché ormai darsi del “fotografo” è facile. Col digitale chiunque può comprarsi o farsi regalare una reflex e darci dentro con fotografie che non hanno alcun senso e significato ma giusto per poter postare su un forum o un blog: “guarda questa l’ho fatta con la nuova Canikon Super 18 multiplastimegapixel”.
Un tempo, quando il digitale non c’era, allora sì che chi fotografava era un vero appassionato: perché la pellicola costava (e costa), lo sviluppo e la stampa costava (e costa) e poi diciamolo, era uno sbattimento; e attento al rullino, e porta il rullino, e tieni da parte i negativi perché la zia vuole la copia della foto del nipotino e che magari quando uscivi dal negozio ti ritrovavi 20 fotografie tutte mosse.

Un tempo chi fotografava si poteva dividere in 3 categorie:
-Chi fotografava per mestiere.
-Chi teneva la reflex nell’armadio fino ai compleanni, cresime, cerimonie, feste, ferie, vacanze al mare e usava i rullini che il laboratorio regalava ad ogni sviluppo e stampa.
-Chi fotografava per passione, che andava in giro con la sua piccola reflex  anche quando non era in ferie e teneva i rullini in bianco e nero più preziosi in frigorifero accanto alle melanzane.

Oggi tutti possono avere una reflex e cominciare a far foto praticamente a costo zero (se non contiamo il costo iniziale della reflex stessa). Il problema è che con la mentalità attuale, ci si monta la testa troppo presto, e quando sia la mamma che la moglie e la cugina guardando una banalissima foto di un fiore presa con un 35mm a 2 metri di distanza esclamano: “che bellaaaa”,
subito ci si crede fotografi. I problemi vengono dopo, quando ci si confronta con chi di fotografia ne capisce, non tanto perché è un genio, ma solo perché ha più esperienza, ha visto decine di migliaia di fotografie e ne ha scattate migliaia, si è confrontato, ha pubblicato, ha scritto di fotografia e magari ha anche realmente un “occhio particolare” che rende ogni sua foto un qualcosa in più.
Cosa fare quindi per sfruttare veramente la reflex che si ha tra le mani?

1. imparare a memoria il manuale di istruzioni.
Le reflex di oggi sono complessissime. Un tempo avevi una ghiera dei diaframmi e una dei tempi. Se guardando dentro al mirino la stanghetta era nel cerchietto, allora potevi fare click.
Finito. Facilissimo.
Oggi ogni reflex di ogni marca è un concentrato di funzioni inutili che creano in moltissimi casi solo confusione e nel restante dei casi rimangono inutilizzate. Ma, come sanno i produttori, fanno vendere perché così come chi ha il SUV più grosso è figo (o si crede tale per compensare altre piccolezze), così chi ha la reflex di ultimissimo modello con tanto di sistema antipioggia (un pulsante che fa cambiare realmente il tempo metereologico) si sente più fotografo di quello che ha la reflex digitale di prima generazione. (ma la cosa triste è che in molti ci credono anche…)
Quindi, tornando ai consigli, imparare a memoria il manuale di istruzioni è fondamentale. Permette di essere più veloci, di non perdere tempo a cercare funzioni particolari che magari in quella tal occasione tornava comoda. Dovete sapere usare la vostra fotocamera perfettamente anche ad occhi chiusi.

2. ponetevi domande: cosa fotografo e soprattutto, perché?
Potete fare migliaia di fotografie senza che ce ne sia una sola interessante.  Nella fotografia, oltre alla fotocamera serve un’altra cosa indispensabile: qualcosa da dire, da mostrare.

3. Leggete.
Non certo la gazzetta dello sport. Quello è un giornale per chi vive solo di calcio e con l’unico scopo di farvi venire le dita nere di petrolio. Leggete, ma soprattutto guardate, libri di fotografie.
Ce ne sono decine di centinaia in commercio, moltissimi dei quali tutti uguali. Andate nelle librerie della vostra città e sfogliateli, leggetene delle parti prima di acquistarli. Non esiste “Il Libro” che vi darà tutte le risposte che cercate, ogni libro vi darà un suggerimento, sta a voi coglierlo e unirli per creare un bagaglio culturale e tecnico che vi permette di migliorare il vostro modo di fotografare.

4. Andate alle mostre di fotografia.
Ma andateci veramente. Anche se il biglietto di ingresso vi costa come una pizza, anche se sembra una roba da sfigati. Fa bene alla mente e alla fantasia osservare e studiare le fotografie di chi è arrivato al punto da poter esporre i propri scatti in una mostra o museo.
Cercate di capire cosa vi colpisce, positivamente o negativamente. Domandatevi il perché una foto vi piace o al contrario non vi dice nulla. Se non vi dice nulla è perché non esprime nulla o perché non riuscite a cogliere cosa sia quel nulla che a voi appare? E se non esprime nulla, non è che era proprio quello l’intento del fotografo che quindi è riuscito pienamente?

5. Le riviste.
Un tempo acquistavo praticamente ogni rivista di fotografia che c’era in commercio. Ora acquisto solo ed esclusivamente Zoom.
Le riviste sono sostanzialmente tutte uguali: fanno i soliti test inutili che si possono trovare tranquillamente anche su internet e gratuitamente. Contengono un sacco di pubblicità…
Zoom invece è una rivista che contiene solo ed esclusivamente fotografie e interviste ai fotografi delle opere che compaiono all’interno. Si possono scoprire autori molto interessanti.
Se proprio non potete farne a meno, compratele, male non fanno. di “Tutti Fotografi” mi piaceva il modo in cui un redattore se non ricordo male, commentava delle foto a tema dei lettori. Molto diretto, veritiero e senza peli sulla lingua.

6. non copiate
Molti commettono l’errore di fare propria una tecnica che caratterizza un fotografo: ammiro i ritratti di Andrzej Dragan e dico: “che meraviglia, voglio fotografare come lui!”
No! Quello è il Suo modo di fotografare, tu ti limiteresti a copiare (male) l’opera di un altro
e ti assicuro che col tempo ti stuferai. Il concetto di crearsi un proprio stile, è estremamente complesso. Non esiste il porsi la domanda: “che stile mi invento?”. Lo stile è una cosa che viene col tempo, non si improvvisa, non si inventa: lo si costruisce. Quando le persone, vedendo una fotografia, riusciranno a capire senza sapere l’autore che quella foto l’hai fatta tu, allora ti sarai creato uno stile senza rendertene conto. Ci voglio anni e anni.

7. siate umili
Fate vedere le vostre fotografie a chi ne capisce di più. Iscrivetevi a forum come diFotoParlate
o ad altri forum in cui si parla di fotografia e non di macchine fotografiche. Se avete comprato una Nikon o un Canon, non chiudetevi nel mondo dei club dei Canonisti o dei Nikonisti perché vi chiudereste in un mondo ottuso e ignorante di ciò che c’è al di fuori: del fatto che non è la marca della reflex che fa il fotografo. Rendetevi quindi disponibili al dialogo, alla discussione, con la certezza di trovare qualcuno che ricoprirà di commenti negativi la vostra fotografia, che non l’apprezzerà e qualcun altro più maleducato vi ridicolizzerà con battute ironiche della serie: “anche mia nonna poteva scattarla”. Siate umili e accogliete ogni tipo di commento, cercando di assorbire ogni parola per capire cosa (se c’é) non va nella vostra fotografia.

8. datevi obiettivi
In moltissimi casi ci si ritrova a fotografare ovunque e di tutto. Datevi degli obiettivi, degli scopi, dei temi: realizzate un progetto vostro, che vi piace: se vi piacciono i portoni delle case, quelli fatti di legno, cominciate a fotografarli, andate in giro per la vostra città con l’unico scopo di fotografare i portoni delle case. Inventatevi un progetto ma ricordate di portarlo avanti.

9. non abbiate paura
La reflex, così come ogni fotocamera, è un oggetto e come tale va usato.
Non preoccupatevi per il fatto che si possa graffiare o rovinare. Usatela. E’ come quando comprate l’auto nuova. La trattate con tutta la delicatezza del mondo, poi andate al supermercato e qualcuno vi ha “gentilmente” segnato la vostra portiera spalancando la sua.
La fotocamera è fatta per essere usata. Non abbiate paura di usarla se piove, finché non diluvia in maniera incredibile non succede nulla, se c’è polvere, cercate di limitare il cambio delle ottiche e magari montate un bel filtro UV davanti per proteggere la lente frontale. Se volete fare un po’ di fotografia di strada tenendo la fotocamera nella custodia, potete anche tornare a casa. La fotografia di strada si fa con la fotocamera al collo o in mano pronti allo scatto.
Non vergognatevi di avere una reflex al collo, nel 95% percento dei casi nessuno vi noterà. Se andate a Londra in questi periodi invece, lasciate la reflex a casa.

10. poco è meglio
Poco è meglio in moltissime circostanze: non esagerate con l’attrezzatura e ficcatevi in testa che non è la reflex o l’obiettivo di serie lusso a fare la foto migliore. Non portatevi dietro tutta la vostra attrezzatura ad ogni uscita fotografica: portatevi solo il necessario, per ovviare allo zoom lasciato a casa, usate i vostri piedi ed avvicinatevi al soggetto.

11. pensate
E’ una cosa che molti pochi fanno ormai, convinti che scattando 100 foto dello stesso soggetto, una foto buona verrà fuori. Se anziché scattare 100 foto in un minuto, vi fermate un minuto a pensare guardando nel mirino il soggetto, la luce, la composizione e scattate 1 sola foto, avrete più soddisfazione. Ricordatevi che un cecchino è molto più pericoloso di uno con la mitragliatrice. Quindi fermatevi, pensate e dopo eventualmente scattate.

12. siate voi i primi giudici
Se volete mostrare le vostre foto al pubblico, mostrate solo le fotografie migliori. Non esiste e non deve esistere il mostrare una foto mossa e dire: “eh volevo vedere te fare quella foto dalla bici in movimento”. Frena e scendi! O non postare la fotografia! Se una foto poteva essere migliore e ve ne siete accorti, non postatela, non pubblicatela. Cestinatela e basta!. Usatela come esempio per correggervi in futuro! Come diceva Oscar Wilde, “A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio!” Quindi le foto mosse, brutte, inutili, superflue, tenetevele per voi.

Buona Luce.

Kertèsz: leggere e vedere la realtà

Andrè Kertesz è sicuramente uno dei più importanti autori del panorama fotografico del Novecento.

La sua passione per la fotografia inizia con il reportage, durante la prima guerra Mondiale, quando al fronte con l’esercito ungherese, con il quale era partito volontariamente, documentò la quotidianità della guerra di trincea.

Con la depressione post bellica si trasferì in Francia. Già alcuni artisti del suo paese avevano trovato lì una patria accogliente, come Brassai, che frequentò ben presto e con il quale ebbe notevoli scambi ed esperienze fotografiche.

Kertesz si forma artisticamente nel momento in cui la fotografia conosce il suo momento introspettivo più profondo: il bianco e nero non è solo un sistema per rappresentare la realtà circostante è un modo per riportarne gli schemi più profondi e i legami tra forme e colori che si rincorrono nella quotidianità dello sguardo.

La figura umana è una delle tante che compongono il panorama che si compone davanti agli occhi del fotografo: Kertesz subirà una certa influenza anche da quella corrente del realismo che vede nella ripresa dall’altro una nuova prospettiva, tipicamente urbana, dello sguardo.

L’osservare dalla finestra non è solo un modo per appiattire le prospettive, è un modo per distaccarsi dal vissuto e coglierne, quasi ironicamente, gli aspetti più lineari, più ritmici: quasi un leggere la trama di un immagine.

Dagli spazi rurali, schematicamente disposti a quelli urbani, un ricorrersi di ruote, spirali, linee verticali e spazi definiti.

Se per leggere la fotografia di un autore abbiamo bisogno di conoscere il contesto in cui esso artisticamente traeva ispirazione, non possiamo dimenticare la circolazione artistica vicino al surrealismo della Parigi alla quale Andrè Kertesz approdò in quegli anni.

Qui sicuramente incontrò moltissimi artisti, come Nadar, Berenice Abbot, Man Ray e all’arte contemporanea.

Mi volevo fermare un po’ su questo aspetto.

Kertesz è famoso per la foto della pipa e degli occhiali, che riassume un po’ gli esordi dell’arte moderna.

Ma c’è una splendida compenetrazione di stili in CHEZ MONDRIAN.

Kertesz non solo conobbe Mondirian, per qualche periodo fu ospitato a casa sua: nacque così questo scatto che voglio proporvi oggi, accostandolo a una delle lineari composizioni del pittore.

Mi piace e mi è sempre piaciuta la semplicità incredibilmente schematica di questa foto: ritorna una LETTURA della realtà nelle sue trame più sostanziali: quelle delle forme. L’eleganza dei contorni ripresi dai sapienti bianchi e neri.

Eppure si tratta di scatti domestici. L’eleganza di questa visione la dice lunga sulla differenza, per i grandi artisti, tra vedere e guardare.

Contest: Natale in Strada

E’ iniziato il nuovo semplice Contest legato al Natale: “Natale in Strada”
Hai tempo fino al 31 dicembre per postare una fotografia inerente al tema e al termine gli utenti sceglieranno
le 3 migliori foto che verranno pubblicate qui nel Blog e La Lettura della prima classificata!

Il post e le foto vanno inserite QUI

Buona Luce e buon divertimento a tutti i partecipanti!

Holga, un mondo di plastica?

Lomo Holga 120CFN

Lomo Holga 120CFN

Forse ne hanno sentito parlare tutti, ma sono pochi quelli che le utilizzano e i professionisti che ne fanno un uso abituale forse si contano sulle dita di una mano.
Sto parlando delle Holga, le macchine fotografiche dette anche Toy Camera (fotocamera giocattolo, che di giocattolo non ne ha il prezzo) prodotte in economia per il mercato cinese ed esportate ovunque.
La Holga classica, è un medioformato a pellicola, con una singola lente fissa (in plastica a parte alcuni modelli) da 60mm e due aperture: “Sole” (f/11) e “Nuvoloso” (f/8). La messa a fuoco è spannometrica: occorre ruotare l’ottica facendo combaciare la tacca con la distanza indicata: 1m, 2m, 6m, 10m a infinito. La lente di plastica “regala” bellissime vignettature, aberrazioni cromatiche, sfuocature….
Il tasto di scatto è indipendente dal caricamento della pellicola, quindi è possibile fare esposizioni multiple anche involontariamente (quando si dimentica di caricare la pellicola) e tramite apposito tastino è possibile scattare in modalità Blub.
La fotocamera è interamente costruita in plastica, non ha alcun tipo di guarnizioni o spugne per evitare che la luce penetri nel corpo con varie velature e sbaffi nella pellicola, tanto che viene venduta con del nastro isolante nero da mettere attorno al vano pellicola per evitare le infiltrazioni di luce.
Il modello che si trova in commercio ora, la Holga 120CFN  è dotata di flash, un flash ovviamente poco potente, ma è colorato e di 4 colori: il giallo, il rosso, blu e ovviamente il classico lampo bianco che tutti si aspettano. Per selezionare il colore è sufficiente ruotare l’apposita ghiera posta in cima alla fotocamera.
Ha 2 pile stilo (le classiche AA) ma servono solo per alimentare il flash, quindi se si scaricano o non si vuole usare il flash, si può scattare comunque. Ma occorre ricordarsi di fissare bene le pile
negli appositi alloggiamenti altrimenti al primo colpo cominceranno a vagare all’interno della Holga.
La Holga attualmente viene venduta a 65€ in una scatola che contiene, oltre la fotocamera una cinghietta portacamera, il manuale d’uso, del nastro adesivo nero, un rullino 120, il telaietto 6×6 per sostituire quello standard rettangolare 6×4,5 e il libro “World through a Plastic Lens” che contiene davvero tanti spunti e modifiche per la Holga.

Sul Ticino con la Holga

Sul Ticino con la mia Holga

Ora, considerando che: la fotocamera è un costoso giocattolo, l’ottica è pessima, la luminosità molto scarsa (consigliati 400ISO per foto in esterno e almeno 800 per interni), la definizione
quasi inesistente, l’evidente vignettatura, le infiltrazioni di luce nel corpo, la messa a fuoco imprecisa, le pile che vanno fissate perché altrimenti escono dalle proprie sedi, il rischio di
esporre più volte la pellicola, la scarsa autonomia (con una pellicola 120 e telaio 6×6 inserito, si possono fare 12 fotografie) che senso ha averla?

Credo che per dare un senso al suo possesso occorra fare prima una piccola premessa:
Chi è appassionato di fotografia, spesso si ritrova a parlare di definizione, di nitidezza e dettaglio. Valutiamo le fotocamere in base
alle loro caratteristiche tecnologiche, alla loro velocità, precisione, comodità d’uso e numero dei megapixel se si tratta di digitali.
Ci troviamo quindi tra le mani dei prodotti finiti che per funzionare a dovere e regalare fotografie interessanti necessitano solo dello studio del manuale della fotocamera e di basilari regole di composizione da parte del possessore. Con questo tipo di fotocamere, è difficile sperimentare nel vero senso della parola. Moltissime delle reflex digitali in vendita non consentono nemmeno l’esposizione multipla.
Molti sostengono che nel mondo del digitale, la vera sperimentazione si fa solo in Camera Chiara ovvero con l’uso di Software per l’elaborazione digitale delle fotografie come il celeberrimo Photoshop o Gimp.
Ritengo però sia difficile ottenere risultati interessanti se alla sperimentazione ci si avvicina solo in modo casuale, ovvero provando a caso impostazioni, filtri e regolazioni dei software osservando cosa accade in attesa di un risultato interessante.
Trovo che la Holga permetta di avvicinarsi alla sperimentazione fotografica direttamente dalla fotocamera. E’ una fotocamera di plastica, che si può smontare, adattare, modificare a proprio gusto e piacimento. Al posto della pellicola 120 è possibile con banali modifiche inserire un normale rullino 35mm ed esporlo fino alla dentellatura:

Holga e rullino 35mm dal sito www.lomography.it

Holga e rullino 35mm dal sito www.lomography.it

I filtri colorati del flash consentono sperimentazioni interessanti sui colori, così come le esposizioni multiple.
In questa fotografia, ho usato il flash della Holga per fare 3 lampi (uno blu, uno giallo e uno rosso) mentre la mia reflex era in modalità bulb:

Fumo incenso e flash Holga

Fumo incenso e flash Holga

La Holga è ideale, grazie alla sua lente in plastica, per lo studio dei colori forti, delle dominanti, dello sviluppo di pellicola in cross-process, ovvero sviluppare la pellicola diapositiva (E6) con gli acidi per la negativa (C41) che donano alle foto colori estremamente saturi e piuttosto acidi e ottime se usate con pellicole scadute.
Le fotografie che la Holga regala sono sempre imprevedibili, dai contorni poco definiti, quasi eteree per certi versi, ottima per lo street e il ritratto diverso dal solito.
Molti non hanno idea di cosa siano i “fantasmi”, ovvero quegli sbaffi luminosi nelle fotografie quando la luce filtra nel corpo macchina. Con la Holga si possono avere o  eliminare usando il nastro isolante nero per bloccare le infiltrazioni di luce. 65 euro per una fotocamera del genere possono sembrare tanti, ma su ebay si possono trovare a cifre per ogni gusto….
E’ possibile quindi che i suoi punti di forza siano proprio le sue debolezze? Assolutamente sì. I suoi difetti sono ricercati da chi cerca una “fotografia diversa” fuori dagli schemi comuni, ideale per persone a cui piace giocare, sperimentare, modificare e personalizzare fisicamente la propria fotocamera. Assolutamente sconsigliata a chi ama velocità, precisione, certezza del risultato.

Le Holga, come molte altre fotocamere insolite (come le Action Sampler che fanno 4 foto in una usando 4 ottiche diverse o la Holga in formato 35mm) sono in vendita da:

Lomographic Society Italia
c/o Uki Yo s.r.l.
Via Marsala 29
21013 Gallarate (VA)
tel +39 0331 701234
fax +39 0331 777568

e naturalmente sul loro sito internet: http://www.lomoshop.it/

JAN SAUDEK e gli estremi del pittorialismo moderno.

Jan Saudek e gli estremi del pittorialismo moderno

Jan Saudek. Come cominciare un breve pezzo su di lui? Credo sia uno dei pochi casi in cui guardare le immagini senza una breve introduzione finisca con l’essere addirittura controproducente. La prima volta che guardai le sue foto ne rimasi affascinata: provai ad addentrarmi maggiormente nella sua produzione e arrivò anche per me la fase in cui mi sentii quasi schifata. Eh si, perchè leggere che Saudek fu influenzato da Steichen ti fa pensare al pittorialismo più romantico, ai toni sfumati, ai primi esperimenti con la profondità di campo.
No, Saudek non è romantico, o meglio, non lo è nel modo che comunemente ci si aspetta da questo termine.
Saudek è allegoricamente romantico. 
Al limite della pornografia, alcune sue immagini riescono a conservare qualcosa di poetico, nella tragicità dei contrasti, nel messaggio che richiamano.
La colorazione ad acquerello, che in qualche modo lo contraddistingue, fa parte di una visione sfacciatamente ironica della vita, che anche nella miseria di uno scantinato dove era costretto a realizzare i primi scatti per sfuggire ai controlli durissimi della polizia ceca o la scelta per dare un ulteriore scenario di tragicità alle situazioni descritte?
La figura umana, nelle sue crude bellezze o oscene verità, legata all’invecchiamento, agli affanni della vita e della morte, alla bellezza inconsapevole o perduta, paesaggi onirici da sogno o da incubo, che spesso si fondono nello stesso scatto, sono i suoi temi principali.
Saudek ha tanto da dire, a volte urlando, a volte suggerendolo appena.
Un autore così non poteva non far innamorare il panorama fotografico mondiale. Fu presto richiesto per mostre e eventi culturali.
Tutt’ora lavora e dipinge.
Le opere di Saudek parlano, a volte il loro messaggio, bisogna ammeterlo, colpisce come uno schiaffo in piena faccia, ma comunicano profondamente con chi le osserva.

Per immagini più forti vi consiglio un giretto sul sito dell’autore stesso.

http://www.saudek.com/en/jan/uvod.html

La Lettura: “Un po’ Bianco e un po’ Nero”

Foto di Cristina Visentin

Foto di Cristina Visentin

Questa fotografia di Cristina Visentin mi ha colpito fin da subito.

Cristina l’ha scattata sul Garda ma potrebbe essere un posto qualunque, non vi sono infatti elementi che caratterizzano il  luogo, non è stata scattata per mostrare il panorama o uno scorcio cittadino.
E’ una foto che trasmette emozioni, sensazioni e ci trasporta in  due mondi, due realtà, la prima è dal punto di vista dell’uomo: osserva un panorama grigio, uniforme, attratto dalle evoluzioni degli uccelli.
Si sofferma parecchio, lo possiamo dire grazie al tempo  relativamente lungo che ha permesso di fermare la persona ma non le ali dei gabbiani. Non si tratta quindi di una foto “al volo” dove il tempo viene immobilizzato da un veloce otturatore, ma di un sapiente studio su cosa si vuole trasmettere con la propria fotografia.
L’uomo ha quindi tempo da dedicare all’osservazione, si ferma mentre il tempo attorno a lui continua a scorrere (le ali dei gabbiani mosse) e sempre grazie al mosso degli uccelli e naturalmente alla posizione dell’uomo, non si tratta di un breve sguardo verso l’acqua, ma lui e il suo mondo si fermano a guardare.
Il secondo punto di vista è quello del fotografo: mettendoci nei suoi panni, ovvero da chi vive la scena dall’esterno, abbiamo di fronte un uomo, fermo, assorto nei suoi pensieri, vestito in modo classico che, grazie anche al bianco e nero, ci riporta indietro nel tempo di 50 anni. La scelta del bianco e nero in questo caso è stata una scelta più che giusta infatti oltre ad “invecchiare” lo scatto, crea un contrasto netto con il paesaggio e l’uomo che l’osserva, aiutando a separare queste due realtà e i relativi punti di vista e lettura.
Osserviamo un uomo con le mani dietro la schiena, in una posizione quasi di rassegnazione. Possiamo naturalmente solo immaginare i suoi pensieri, e mi piace credere che il volo dei gabbiani non sia il suo pensiero principale ma che vi sia altro nella sua testa; immagino solitudine, silenzio o semplice ammirazione.
La foto si conclude con l’ombra dell’uomo che esce dalla composizione sulla destra, quasi a indicare che per lui c’è ancora strada da percorrere.
Curioso infine come il cielo e la terra siano uniti dalla figura di quest’uomo scuro solo con i suoi pensieri.
Un interessante approfondimento: proviamo ad osservare
questo olio su tela di David Friedrich intitolato
“il viandante nel mare di nebbia” (olio su tela – 1818)
e questa fotografia scattata da Gianni Berengo Gardin a Venezia nel 1959
che somiglianze troviamo?
Un interessante approfondimento: proviamo ad osservare questo olio su tela di David Friedrich intitolato
“Viandante sul mare di nebbia” (olio su tela – 1818):
Viandante sul mare di nebbia

Viandante sul mare di nebbia

e questa fotografia scattata da Gianni Berengo Gardin a Venezia nel 1959
Gianni Berengo Gardin - Venezia 1959

Gianni Berengo Gardin - Venezia 1959

che somiglianze troviamo?

RITRATTI: il Fotografo Gianni Berengo Gardin

Su Youtube è possibile seguire un video intervista (10minuti circa) al celebre Fotografo Gianni Berengo Gardin:

Interessante per avvicinarsi e conoscere uno dei più importanti Maestri Italiani.
Fa riflettere la sua affermazione riguardo la “fotografia moderna” ovvero la fotografia digitale e quelle
pubblicità che si sono viste a lettere cubitali in cui viene detto: “non pensare, scatta!”.
Lui ai suoi allievi insegna: “prima pensa per due ore, dopo eventualmente scatta”.

Subscribe to our RSS Feed